Categoria: Holy

LA FESTA DI PASQUA

LA FESTA DI PASQUA

La Pasqua è la festa più importante dell’anno. Le sue origini sono antichissime e affondano nella cultura nomade e pastorizia di alcune tribù del Medio Oriente Antico e in quella agricola e sedentaria di altre. I simboli più chiari di questa duplice natura della festa sono l’agnello e il pane azzimo, entrambi collegati alla vita nuova e alla necessità di passare da una stagione all’altra. Sul piano storico-salvifico, l’esodo dall’Egitto segna il passaggio dalla terra di schiavitù alla terra promessa della libertà: Israele cammina sull’asciutto, Faraone e il suo esercito soccombono sommersi dalle acque. Le erbe amare della cena pasquale ebraica ricordano il tempo dell’afflizione e la salsa di colore rossiccio (haroset) fa pensare al materiale necessario per fabbricare i mattoni durante i lavori forzati. Le coppe del vino invitano, invece, alla benedizione per quanto il Signore ha operato in passato e, allo stesso tempo, chiedono che ci sia una Pasqua di salvezza e liberazione anche nell’oggi del tempo che si vive. L’uovo, alimento indispensabile per un autentico menù pasquale, contiene la pienezza e la potenza della vita che manda in frantumi la prigione della morte.

La Pasqua cristiana si collega all’evento salvifico di Gesù Cristo morto e risorto, vero agnello immolato per riscattare l’umanità schiava del peccato. Non il sangue dell’animale sparso sugli stipiti delle case degli Ebrei in Egitto, ma quello di Gesù sulla croce, stabilisce la nuova condizione di libertà dell’uomo. Il nuovo Adamo procura la redenzione dalla colpa del progenitore: «Felice colpa – canta il preconio pasquale –  che meritò di avere un così grande redentore!».

Don Andrea Andreozzi

 

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Ho desiderato tanto mangiare questa Pasqua con voi
La comunione di mensa con Gesù

Cercare tutte le occasioni in cui Gesù, nel Vangelo secondo Luca, siede a mensa, oppure è ospite di qualcuno: chi lo invita? Con chi entra in contatto? Cosa mangia? Quali sono i suoi menù preferiti? Le sue usanze? Il confronto con gli altri vangeli ci dice, infatti, che il tratto della commensalità, dell’ospitalità e della fraternità, unitamente al tema della comunione dei beni, è particolarmente presente nella vita di Gesù così come ci è narrata da San Luca. Il mangiare, addirittura, diventa la caratteristica del Risorto nei momenti in cui si incontra con i suoi e si lascia riconoscere (Lc 24,41-42)

 

Ecco alcuni riferimenti: Levi in 5,29; Simone in 7,36; l’ospitalità di Marta e Maria in 10,38; il fariseo in 11,37; il capo dei farisei e il lungo “galateo lucano” in 14,1.7.12.15; l’inizio del cap. 15 e la parabola del padre misericordioso che ha molto a che fare con il mangiare; che dire poi della parabola dell’amico importuno che va a chiedere pane di notte in 11,5 e, soprattutto della parabola di Lazzaro e del ricco epulone (che vuol dire “mangione”)?; lo stesso Zaccheo al cap. 19 non disdegna di accogliere Gesù in casa e non possiamo non pensare a qualcosa di buono sul piatto per il Signore; la peculiarità lucana nel racconto della cena pasquale: ho desiderato tanto mangiare questa Pasqua con voi (Lc 22,15); i pasti del Risorto in Lc 24 e in At 1,4.

 

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Nel racconto degli Atti degli Apostoli il tema del mangiare è fondamentale per comprendere l’universalità della fede e della missione della chiesa. Basti pensare alla visione di Pietro nel cap. 10,9, nella quale i cibi sono il simbolo di una comunione di vita con tutti i popoli. Prima, nello stesso racconto, c’era stata la problematica delle mense e della ordinata distribuzione dei pasti senza che venisse trascurato nessuno (At 6). La comunità cristiana, inoltre, si riconosce anche dal modo con cui prende il cibo: con letizia e semplicità di cuore (At 2,46) e dal fatto che nessuno è nel bisogno, perché la condivisione fa sì che tutti abbiano il pane necessario per vivere (At 4,32).

 

In sintesi. Direi che l’icona biblica della moltiplicazione dei pani ci invita ad allargare la ricerca su tutta l’opera di Luca (Vangelo e Atti degli Apostoli),  per renderci conto di quanto forte sia il senso della condivisione delle ricchezze, la spinta verso una fraternità universale tra tutti gli uomini e le donne della terra, la bellezza di un’ospitalità disinteressata a partire dai poveri e dagli ultimi. Maria di Nazaret, nel Magnificat non a caso, all’inizio del racconto, canta che Dio ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote (1,53). Cantare con Maria e con tutti i poveri ai quali viene annunziata la buona notizia vuol dire far sentire al mondo che di fame non deve morire nessuno e che la distribuzione del cibo si accompagna alla distribuzione della grazia (parola dalla quale deriva il nostro GRATIS), della gioia, della compagnia (altra parola che ha a che fare con il pane: CUM PANIS). Gesù, compagno di strada, ci porti a vivere secondo lo stile di Emmaus e delle prime comunità cristiane. Se gli studiosi sono concordi nel dire che, nel racconto della moltiplicazione dei pani (Lc 9,10-17), appare forte la risposta alla domanda di Erode Antipa sull’identità di Gesù, contenuta nel brano immediatamente precedente (Lc 9,7-9), alla quale fa seguito la confessione di fede di Pietro nel brano successivo (9,18-20), dobbiamo riconoscere che non possa darsi risposta che non comprenda, oltre all’aspetto messianico del Re che sazia il suo popolo, specialmente gli ultimi, anche quello del fratello che sa condividere i bisogni e le povertà umane, sa offrire oasi in cui riposare, locande dove albergare i derelitti della storia e che, da ultimo, insegna a benedire Dio per i frutti della terra e per la sua paterna provvidenza.

 

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Don Andrea Andreozzi

 

QUARESIMA: un tempo forte

QUARESIMA: un tempo forte

Sin dalle antichità cristiane, il periodo che precede la Pasqua è vissuto dai credenti con spirito di penitenza e con la pratica del digiuno, dell’elemosina, di una preghiera più intensa. Il detto proverbiale: «è lungo come una Quaresima», attesta quanto l’intera società sentisse il fascino di questi giorni particolari e ne fosse condizionata.

Attestazioni bibliche

Quaresima deriva dal latino quaranta, un numero che, nel linguaggio biblico, è indicativo di un tempo completo, durante il quale Dio opera un cambiamento nel cuore dell’uomo. I riferimenti sarebbero parecchi. Quelli più importanti parlano dei quaranta giorni di permanenza di Mosè sul Monte Sinai per ricevere la Torah e quelli di Gesù nel deserto tentato da Satana. In chiave cristiana, la Quaresima di Gesù rappresenta l’icona a cui guardare per vincere sul peccato e rinascere.

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Origini liturgiche

Nel ritmo annuale della vita della chiesa, il tempo di Quaresima ha inizio con il Mercoledì delle Ceneri e finisce con la Domenica delle Palme. Coincide con la preparazione prossima dei candidati all’iniziazione cristiana, chiamati catecumeni, i quali, dopo aver fatto un percorso di formazione e di circa tre anni, vedono approssimarsi la meta e si preparano a scendere nelle acque del Battesimo nel corso della lunga veglia della notte di Pasqua. Le ultime tappe del catecumenato sono particolarmente significative. Richiedono, infatti, diversi scrutini che attestino la dignità del candidato. In prossimità della Pasqua avvengono anche le preziose consegne del Padre Nostro e del Credo. L’unzione con l’olio dei catecumeni pochi giorni prima della notte santa segnala la definitiva rottura col passato e la ferma decisione di unirsi per sempre a Cristo.

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Attualità della Quaresima

Per i battezzati vivere la Quaresima è occasione per tornare alle origini della fede, confermare il Battesimo dopo aver vissuto la gioia di essere amati e perdonati da Dio. In particolare, l’Anno Santo straordinario della Misericordia, indetto da Papa Francesco con la Bolla Misericordiae Vultus, trova in queste giornate l’occasione più bella per celebrare il perdono e tornare alla grazia. Il Papa ricorda che vengano praticate opere di misericordia che attestino una vera e profonda conversione.

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Don Andrea Andreozzi

Il digiuno cristiano

 

Per distinguersi dal digiuno praticato dai membri delle sinagoghe ebraiche, i cristiani dei primi secoli praticavano il digiuno nei giorni di mercoledì e di venerdì. Forti della parola del Deuteronomio, secondo la quale non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Dt 8,3), la stessa che Gesù ripete al tentatore nel deserto (Mt 4,4; Lc 4,4), i discepoli vollero digiunare soprattutto nel giorno della Passione del Signore, il giorno in cui, per stare alla parabola, lo sposo viene tolto:

«Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno» (Mc 2,19-20).

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Le parole dei profeti e dello stesso Gesù invitano a praticare un digiuno autentico, fatto soprattutto di buone opere e di una relazione filiale con il Padre, il quale solo può vedere nel segreto del cuore e capire il valore di un gesto o di una rinuncia (Mt 6,16-18). Le regole di natura alimentare, come quelle sul mangiare e sul bere, trovano già all’interno delle Scritture una rilettura critica e vengono presentate in modo più attuale ed efficace: non basta astenersi da un certo tipo di cibo (Mc 7,19), molto più importante è astenersi dalla malvagità e, soprattutto, spezzare il pane con l’affamato:

«Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari,
angariate tutti i vostri operai.
Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi
e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi,
così da fare udire in alto il vostro chiasso.
È forse come questo il digiuno che bramo,
il giorno in cui l’uomo si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo,
usare sacco e cenere per letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno
e giorno gradito al Signore?
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!».
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio
».   (Is 58,3-10)

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Don Andrea Andreozzi

 

Storia quaresima e mangiar di magro

La Quaresima segna i giorni che passano dalla fine del Carnevale alla Pasqua. Questo è un periodo nel quale i Cristiani dovrebbero astenersi dai cibi “grassi” per ricordare i quaranta giorni di digiuno di Cristo.
Se la costosa carne degli animali terrestri era la regina della categoria proibita, il poco dispendioso e umile pesce spiccava nel gruppo dei magri. I latticini per lo più non erano permessi, come i rossi delle uova.
Durante il regno di Carlo Magno  la trasgressione dei periodi di magro era punita con la pena di morte, e la Chiesa spingeva i fedeli ad osservare il digiuno vietando la vendita di carne ai macellai (salvo al sabato dopo Vespro).
Il primo libro nel quale si mettono in scena i cibi di magro e di grasso è “La bataille de Caresme et de Charnage”, testo francese del XIII sec. incentrato sullo scontro tra le armate dei pesci e delle carni.
I naselli si scontrano con i capponi arrosto, la passera e lo sgombro con la carne di bue, le anguille con le salsicce di maiale. Le verdure militano in entrambi gli schieramenti a seconda di come sono condite: i piselli crudi o all’olio di qua, quelli al lardo di là.

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Insomma, fino a solo quarant’anni fa in Quaresima era imperativo mangiare di magro. Nella lista dei cibi da portare in tavola, una volta esclusi soprattutto i grassi degli animali terrestri, spiccavano pane, polenta, zuppe o minestre di ortaggi, tortelli a base di erbe, pesce fresco o conservato. Vero “companatico” della povera gente, emblema del periodo, era l’umilissima  aringa o saracca: arida e secca, ma forte di sapore e di odore, stuzzicante, stringata, economica. Doveva solitamente bastarne una sola per tutta la famiglia, sia che toccasse affumicata o ravvivata ai ferri. Nelle case più povere delle nostre montagne la si teneva appesa penzoloni ai legni del soffitto, ad altezza d’uomo, per sfregarla sopra il pane perché prendesse un po’ di sapore.

 

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Oggi questo tipo di restrizioni sono state spazzate via dalla cultura globale e del sempre pronto. Non c’è più l’abitudine di seguire i precetti religiosi, ma molte delle ricette nate per la Quaresima, a base di pesce o legumi, sono diventate preparazioni tradizionali d’innegabile bontà e dieteticità.
Anche in questo caso è possibile affermare che il buon senso e l’arte di arrangiarsi ha vinto sulle privazioni imposte dall’alto.

 

Editoriale di Susanna Cutini
direttore taccuini storici.it

pubblicato su A Tavola – il mensile della grande cucina italiana

 

 

 

LE ETÀ DELLA VITA

LE ETÀ DELLA VITA

2 Gennaio

“Come esseri umani, abbiamo tutti lo stesso potenziale.
Il cervello umano, fonte della nostra forza, e’ meraviglioso, purché se ne faccia buon uso. Se utilizziamo il nostro meraviglioso spirito umano in maniera negativa, non ne possono conseguire che catastrofi.”

 

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7 Gennaio

Serviamoci della nostra intelligenza umana con cognizione di causa. Se no, in che cosa siamo superiori agli animali?

 

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365 Meditazioni quotidiane del
Dalai Lama
con  la collaborazione di Matthieu Ricard
traduzione di Luisa Agnese Dalla Fontana

I BASTIONI DI ORIONE

I BASTIONI DI ORIONE

M42-Grande-Nebulosa-di-Orione-5I bastioni di Orione si aprono alla luce chiara tagliente
mentre il perpetuo movimento si fonde si infrange
e tu nel buio ascolti il respiro del mare,
che avvolge immutabile l’isola della tua vita.

 

LEGATI AD UN RESPIRO

Il respiro  trasfonde nei ritmi sinuosi delle nostre esistenze; simboleggiando nel mondo fenomenico l’unione cosmica tra tutti gli esseri viventi e l’Universo. .

Il respiro è il filo della ragnatela della vita, dove tutti uniti all’infinito, in una continua e incessante interdipendenza, viviamo come in un ologramma: dove l’infinitamente piccolo si ritrova nell’infinitamente grande e viceversa, in un interscambio armonico continuo, mutevole.

Tutti gli esseri viventi attingono dalla bolla d’aria dell’universo e cedono ad essa i prodotti della respirazione in un continuum…di eterna comunione ….

Il respiro dell’umanità è come l’albero dei bronchi e dei bronchioli di quell’unico respiro….

Nel tentativo di spiegare la spiritualità,  anelito continuo dell’uomo , bisogno, troppo spesso oscurato, imbavagliato, represso dai ritmi e dallo stile dell’attuale vita contemporanea, ci ritroviamo di fronte ad una esperienza inesprimibile!

Attraverso il pensiero razionale, dunque la parola, siamo proiettati in una dimensione orizzontale, totalmente inadeguata per un approccio di tipo verticale, come la spiritualità. E’necessario, dunque, affidarsi al linguaggio delle emozioni, al sentire, al respiro, al soffio della vita.

Divenire consapevoli del nostro respiro ci restituisce la nostra integrità, la nostra perfezione originaria. Quando cerchiamo di far luce nell’oscurità del nostro essere interiore, del nostro io più nascosto, mediante il solo uso della mente razionale, ci accorgiamo immediatamente che lo spazio vuoto che ci circonda lievita, ci ingloba, ci risucchia nel fondo della spirale vorticosa e ci ritroviamo immersi nell’angoscia .

Se, invece, in quel preciso istante ci agganciamo al nostro respiro, in un approccio consapevole ed entriamo nei ritmi della sua musica, in un ascolto esercitato alla consapevolezza, ci ritroviamo magicamente sincronizzati nelle vibrazioni che lo stesso atto respiratorio produce. Come in un incantesimo diveniamo protagonisti in una danza magica, dove la dimensione spazio temporale non esiste, dove tutto si è dilatato a dismisura per aprirsi a quella unica misura della vita: il “qui e ora”, il tempo presente, la dimensione cosmica dove tutto è AMORE.

Una dimensione gioiosa, totalmente  sconosciuta e incontenibile, scivola dentro tutto il nostro essere, nella sua totalità e dove prima era buio e ombra si schiude aurora, in libertà e leggerezza, come una foglia sollevata dal vento, mai impensierita di dove andrà a cadere , ma semplicemente felice di volare, in una danza armonica, vitale, senza tempo, nel ciclo della vita.

Solo attraverso il respiro si recupera il paradigma della vita, tutti uniti in un interscambio mutevole, appassionato, caldo, per ricondurre la nostra esistenza al suo significato originale ed unico: AMORE.

Dott.ssa Rosella Pierdomenico
omeopata, immunologa allergologa