Categoria: Invito al viaggio

sayur bening [Bali]

sayur bening [Bali]

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Anna Frontoni

sayur-sayuran contorno per il sayur bening

foto Anna Frontoni

La leggenda della testa di moro [SICILIA]

La leggenda della testa di moro [SICILIA]

 

I vasi in ceramica a forma di testa di moro sono così diffusi in Sicilia da essere divenuti uno dei simboli rappresentativi dell’isola. Questi particolari oggetti adornano i balconi delle abitazioni e spesso sono utilizzati come elemento decorativo dei salotti dei siciliani e dei turisti che li acquistano come souvenir presso le varie botteghe artigiane di Caltagirone. La singolare foggia di questi vasi (o “graste” per usare il dialetto siciliano) deriva però da una macabra leggenda, ambientata a Palermo, che non tutti conoscono.

Si racconta che intorno all’anno 1100, periodo della dominazione araba in Sicilia, alla Kalsa, antico quartiere della città di Palermo, vivesse una bellissima fanciulla. La ragazza trascorreva le sue giornate quasi esclusivamente in casa, dedicandosi alla cura delle piante che ornavano il suo balcone. Un giorno, passando per la Kalsa, un giovane moro vide la bella ragazza intenta ad annaffiare i suoi fiori, e subito se ne innamorò. Decise di volerla tutta per se e, senza indugio, entrò in casa della ragazza per dichiararle il suo amore.

La fanciulla, colpita da quell’ardito e intenso sentimento, ricambiò l’amore del giovane moro, ma quando seppe che questi l’avrebbe presto lasciata per tornare nelle sue terre in Oriente, dove l’attendevano moglie e i figli, approfittò della notte e lo uccise mentre giaceva addormentato. La ragazza gli tagliò la testa, e con questa fece un vaso dove piantò una pianta di basilico. Infine lo mise in bella mostra fuori nel balcone, affinché l’uomo rimanesse per sempre con lei.


Il basilico crebbe rigoglioso, grazie alle lacrime che la fanciulla vi versava giornalmente, destando però l’invidia di tutti gli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero costruire dei vasi di terracotta a forma di testa di moro.

KALOS edizioni

foto Anna Frontoni
le Teste di Moro sono di Anna Frontoni

 

PARIGI O CARA

PARIGI O CARA

Parigi, o cara. Recita il titolo di un vecchio film italiano.

Da un modesto ma accogliente ostello sul XVIII arrondissement, tra le le bancarelle del mercato settimanale e le vetrine dell’ortofrutta, le colorate linee della metro parigina aspettano soltanto di essere attraversate, ed insieme a loro, la vista, il gusto e l’udito.

Ed inizi il viaggio.

La sola lunga scalinata che ti porta verso la Basilica del Sacro Cuore ti fa dimenticare che stai camminando sotto la pioggia, e che subito dopo averla visitata, correrai verso altri spazi da attraversare. Nei giorni che passano nella Ville Lumiere, cerchi di rubare tutto quello che riesci: l’Opera Garnier, il Museo del Louvre, una foto alle decorazioni natalizie della galleria LaFayette, il panorama mozzafiato dall’alto della Tour Eiffel. Riesci anche a visitare le sale della Reggia di Versailles ed a fare una lunga passeggiata lungo le sponde del Pont- Neuf. Torni per due giorni di fila a Notre Dame a fotografare quanti più Gargoyles riesci. E corri ancora lungo i binari della RER. Studi i Bistrot e le vetrine dei negozi.

E delle pasticcerie. Come non notarle. Parigi è anche, tanto, questo. Innumerevoli pasticcerie. Invitanti i colori e le forme. Accoglienti gli spazi.

La scelta cade nel quartiere latino, dove la colazione con il Napoleon, la Tarte au citron, la Saint-Honoré ed i colorati Macarons con il trascorrere delle ore diviene cena a base di cous-cous. In ultimo la baguette, scelta con la meticolosità che un chirurgo ha con i suoi ferri in sala operatoria…

Come si fa a raccontare Parigi dimenticando le stratificazioni leggendarie che vorticano intorno ad essa?  Non lo si fa. La si attraversa. Percorrendo quanti più chilometri possibili, reali e virtuali.  E se non basta, la si continua a percorrere.

E’ questo che si fa ogni volta che si viaggia. Si vive.

Articolo e foto di Petra Feliziani

TRINACRIA

TRINACRIA

Quando si parla della Sicilia la prima cosa che viene in mente è la sua bellezza storica, architettonica, paesaggistica ed il suo cibo, le sue tradizioni culinarie. E’ tutto vero. Verissimo: Ma c’è anche di più.

Più di qualsiasi monumento e scavo visibile ad ogni angolo, e di memorie di contaminazioni culturali diverse a distanza millesimale.

C’è la componente umana. Quel sistema meravigliosamente radicato nei decenni, che fa di ogni ospite che arriva in Sicilia, una persona eletta a godere dei privilegi che i siciliani ti donano. La loro accoglienza. La si trova dovunque. E non importa da dove vieni e dove stai andando. O perche sei li.

Quando arrivi a Randazzo, paese della provincia catanese, a qualche chilometro da Bronte, sotto le pendici di un Etna innevato ma fumante, a due passi dal Parco dei Nebrodi e da quello fluviale dell’Alcantara, ti accorgi subito dell’aria che si respira.

A circa 800 mt sul livello del mare, l’aria fredda ti scompiglia i capelli, ma il panorama tutto intorno ed ancora più in la, verso il mare dal quale si scorge l’Italia (come dicono loro), ti riscalda il cuore. Nel pieno dei preparativi per le festività natalizie, questo paesino di poco meno di 11.000 abitanti, possiede una storia che ne contiene 1.000.000 almeno. Occupata dalle più disparate civiltà, bizantine, greche, romane e normanne, della quali di quest’ultima si scorgono ancora le mura, ha avuto tre lingue parlate al suo interno fino al 1500: il greco nel quartiere San Nicola, il latino nel quartiere Santa Maria ed il lombardo in quello San Martino, dei quali mantiene le tre diverse chiese.

Risparmiata dall’Etna fino alle sue campagne, non lo è stata durante il secondo conflitto mondiale, occupata per la sua posizione strategica e bombardata per 31 giorni.

Randazzo, città dei vini e dei baronati divenuti lussuosi agriturismi, dalla quale ci si muove con la CircumEtnea che la collega a Giarre e Catania. Randazzo, che contiene una storica tradizione pasticcera. A Randazzo, se sei ospite, non riesci neanche a pagare un caffè, mangi arancini, sfinci, iris e zeppole di riso. Zinne di Sant’Agata, raviole, e pane cunzato. Assaggi diversi tipi di cannoli e mangi la pizza con le granelle di pistacchio. Pomodori secchi e salsicce con erba cipollina.

Ma soprattutto, sei abbracciato totalmente dal calore umano, quello che prende e ti porta a Linguaglossa a mangiare le zeppole, che ti fa fare un giro ad AciTrezza ed arrivare a Taormina sotto la pioggia costante. Che ti porta al mercato ittico di Catania ed a quello domenicale randazzese. Che ti racconta storie di paese, che ti fa conoscere metà della sua popolazione, dove sei uno di famiglia. I giorni passano nella tranquillità di una cittadina che si muove pur mantenendo intatte le proprie tradizioni e la sua storia.

L’Italia è un paese meraviglioso, ma ci sono spazi umani che lo sono ancora di più.

articolo e foto di Petra Feliziani

 

Gérard de Nerval

Gérard de Nerval

“In Africa si sogna l’India, come in Europa si sogna l’Africa; l’ideale risplende sempre al di là del nostro orizzonte attuale.”

Con questo pseudonimo viene conosciuto lo scrittore francese Gérard Labrunie (Parigi 1808, – ivi 1855). Viene considerato un precursore delle successive riflessioni decadentiste, grazie alle sue opere ricche di riferimenti simbolici, onirici ed esoterici.

Dopo aver lavorato nel campo del giornalismo e in collaborazioni teatrali, e alcuni viaggi condotti in Italia, in Germania e in Belgio, ebbe una prima crisi di follia nel 1841. La morte dell’amata attrice Jenny Colon, nel 1842, può esse considerata una delle cause che lo portò a intraprendere un viaggio in Oriente.

Nel dicembre del 1842, de Nerval lasciò Parigi per Marsiglia “già famoso e ancora povero“, per salpare verso l’Egitto, il Libano e la Turchia. Si tratta anche di una sorta di viaggio di convalescenza, effettuato a causa del suo attacco di follia che descriverà così in una lettera alla moglie di Alexandre Dumas:

“(…) un’affezione definita dai dottori e chiamata indifferentemente Teomania o Demonomania nel dizionario medico. Con l’aiuto di definizioni incluse in questi due articoli, la scienza ha il diritto di far sparire o di ridurre al silenzio tutti i profeti e veggenti predetti dall’Apocalisse, cui mi illudevo di far parte.”

Questo viaggio ha due caratteristiche originali che lo distinguono dai suoi predecessori: la sua povertà, che lo spinge a stringere spesso i cordoni della borsa, e l’attenzione che riserva non tanto ai monumenti storici, ma piuttosto alle tradizioni e alla cultura degli autoctoni, immergendosi nella vita reale e quotidiana delle città che visita. In realtà, questa originalità scaturisce anche dalla decisione di romanzare il suo viaggio: oltre alle descrizioni di città mai visitate, omette completamente l’esistenza del suo compagno di viaggio, l’egittologo dilettante Joseph de Fonfride. 

Uno dei fili conduttori che attraversa il romanzo è quello del matrimonio, dal Cairo, dove gli viene spiegato che avere una donna in casa è d’uopo per un uomo scapolo che non vuol destare scalpore nel vicinato, al Libano dove il colpo di fulmine provato per la drusa Salema lo spinge ad enunciare:

“Poiché è stabilito che ci sono solo due tipi di epiloghi, il matrimonio o la morte, miriamo almeno a uno dei due.”

Nonostante ciò, non si sposerà mai con Salema, a causa di forti febbri che colpirono il narratore, costringendolo ad imbarcarsi il più velocemente possibile per Costantinopoli.

Sebbene Gérard acquisì importanza nei circoli letterari parigini sia con la traduzione del Faust di Goethe sia con alcuni scritti (Fra cui citeremo: Le voyage en Orient, Les illuminés, Les filles du feu, Aurélia), il suo male gli rese sempre più insostenibili le difficoltà della vita, tanto da spingerlo ad impiccarsi, nel 1855.

 

Fonti:

https://www.britannica.com/biography/Gerard-de-Nerval

L’harem, Gérard de Nerval, Passigli Editori

 

Domiziana Rossi – ideatrice e curatrice del blog  UN ORIENTE A ORIENTE DELL’ORIENTE

 

NACHMAN DI BRESLOV

NACHMAN DI BRESLOV

Rebbe Nachkann di Breslov, in ebraico נחמן מברסלב, nacque il 4 aprile 1722 a Medžybiž, nell’odierna Ucraina. Nipote del rabbino e mistico polacco fondatore del moderno chassidismo Israel ben Eliezer, (ישראל בן אליעזר‎, Yiśrā’ēl ben Ĕlī‛ezer), meglio noto come il Baʻal Shem Tov (בעל שם טוב‎, Baʻal Šēm-Ṭōv, ovvero Maestro del Nome di Dio, traducibile anche come Maestro del Buon Nome ), Nachman rivitalizzò il movimento creato dal nonno combinando la Qabbalah con un accurato studio della Torah.

haidismo ‹a-› (anche chaidismo o chassidismo) s. m. [der. dell’ebr. ḥăsīd «pio, devoto», pl. ḥăsīdīm]. – Movimento religioso che rappresenta l’ultima fase della mistica ebraica, manifestatosi in Germania già nel medioevo, e sviluppatosi poi come setta in Polonia verso la metà del sec. 18° (da dove si diffuse anche in Russia): nell’insegnamento dell’iniziatore di questa setta si afferma che Dio è presente in ogni cosa e che per innalzarsi a lui non è condizione necessaria lo studio della Legge e neppure una prassi ascetica di vita, ma è sufficiente servirlo con amore, in spirito di semplicità e letizia.

A Medžybiž, la cittadina che accoglie pellegrini chassid in visita alla tomba del Baʻal Shem Tom, giungono solo echi ovattati degli avvenimenti che sconvolgono il resto del mondo. I pogrom e le varie battaglie di guerre lontane non sconvolgono il piccolo e fervente shtetl dove Baʻal Shem Tom ha insegnato che si può divenire santi anche senza possedere eccelse conoscenze. Nonostante ciò, chi aspiri ad un livello spirituale superiore non è esente dallo studio: è però sufficiente dedicare allo studio il meglio di sé, raggiungendo almeno una buona preparazione di base. In questa atmosfera Nachman cresce, deciso a raggiungere quella conoscenza della Torah e a compiere buone azioni per mezzo di una fede incrollabile capace di trasformare ogni pensiero e gesto in un atto di preghiera.

Quando era fanciullo il Rebbe voleva realizzare alla lettera il verso: Ho posto Dio di fronte a me, sempre, e cercava continuamente di raffigurarsi davanti agli occhi il Nome ineffabile di Dio, anche mentre studiava con il suo insegnante.

Fin da giovane si dedicò all’ascetismo, con lo scopo dichiarato di non ascoltare più i richiami della carne: la fede va riconquistata infatti di giorno in giorno.

Già da bambino il Rebbe decise di staccarsi del tutto da questo mondo. Come primo passo rifiutò di provare alcun piacere nel mangiare. Rendendosi conto che stava ancora crescendo e che quindi non poteva privarsi di pasti regolari, decise di inghiottire il cibo senza masticarlo: in questo modo non ne avrebbe ricavato nessun piacere. Continuò a fare così finché la gola non gli si gonfiò completamente. (…) Dunque, teneva il cibo fra i denti senza lasciare che toccasse il palato, e in questo modo non lo assaporava.

La vita tormentata di Nachman venne raccolta dal suo discepolo Natan Sternhartz, che incontrò a Breslov. Oltre alle sue memorie, gli insegnamenti del Rabbe erano spesso raccontati sotto forma di storie; queste ricordano i tradizionali racconti chassidici solo per la brevità. Le storie di Nachman si discostano infatti da quelle dei chassidim per la struttura complessa e un’incredibile varietà di simboli che sembrano quasi ispirati da favole ataviche, antichissime e misteriose. Inoltre, l’ironia viene trasformata in sarcasmo da Nachman, e i personaggi chassidici, limitati alle tipologie di abitanti di uno shtetl, mutano grazie alla sua sfrenata fantasia in corsari, principesse, mendicanti misteriosi e giganti che trascinano alberi.

Le tredici storie che egli raccontò gli ultimi anni della sua vita sono quasi tutte interpretazioni allegoriche e qabbalistiche della Torah e dei suoi significati nascosti.

I detrattori di Nachman ritengono che le favole siano equiparabili a qualsiasi favola narrata alla maniera dei gentili, sebbene ancor più “presuntuose”, anche perché troppo complicate, astruse e quasi laiche.

La maggior parte dei discepoli, invece, è convinto del fatto che dietro ogni storia si celi una doppia interpretazione: uno universale, secondo il quale ogni personaggio sia un simbolo di una figura qabbalistica o di un evento cosmico, e uno personale, che vede sempre Nachman nascosto nelle figure principali e le lotte da loro sostenute.

“C’era una volta un re che aveva un saggio. Disse il re al saggio: C’è un uomo che si proclama valoroso guerriero e uomo di verità e modestia. Infatti, è molto valoroso. (…)Però se sia veramente un uomo di verità e modestia come afferma di essere, io non lo so. Così io voglio che tu mi porti un ritratto di quel re. (…) Il saggio andò in quel paese e rifletté che gli occorreva arrivare a conoscere la natura del paese. E come sarebbe arrivato a conoscere la natura del paese? Attraverso il suo umorismo (e cioè attraverso le cose che fanno ridere), perché quando si ha bisogno di conoscere una cosa, bisogna imparare a conoscere l’umorismo di quella stessa cosa, essendo l’umorismo di varie specie. C’è chi intende danneggiare davvero il prossimo con le parole, e quando glielo fanno notare risponde: Io scherzo, come dice la Scrittura, come chi trastullandosi e così via, e dice: Non vedi che sto scherzando? Ma c’è anche chi vuole scherzare e ciò nonostante il suo prossimo ne rimane danneggiato. E così ci sono diversi tipi di umorismo. (…)”

– Nachman di Breslav, “La Principessa Smarrita”

Fonti:

it.wikipedia.org/wiki/Nachman_di_Breslov
www.treccani.it/vocabolario/hasidismo/
www.treccani.it/enciclopedia/nachman-di-breslavia/
La Principessa Smarrita, di Nachman di Breslov, Adelphi Editore.

Domiziana Rossi – ideatrice e curatrice del blog  UN ORIENTE A ORIENTE DELL’ORIENTE

LIQUIDA SOCIETA’. [viaggi interstellari]

LIQUIDA SOCIETA’. [viaggi interstellari]

Società liquida. La nostra. Così l’ha definita il filosofo pensatore della postmodernità Zygmunt Bauman, recentemente scomparso. Il singolo si dissocia dalla società, da una comunità che non lo rassicura. Ed in un epoca di consumismo sfrenato e compulsivo dove ‘il vecchio muore e il nuovo non può nascere’ ecco crescere invece il viaggio interstellare.

Quello dei giovani di oggi. Viaggi psichedelici non più solo forniti da droghe sintetiche dai nomi fantascientifici ma da giochi masochistici di stampo cibernetico. Non ci sono più ancore alle quali aggrapparsi. Ci sono solo dirupi dai quali lanciarsi. Senza paracadute.

Ecco lo stato delle cose. Quello nel quale l’unico viaggio possibile viene considerato quello dei nuovi giochi che viaggiano sul web. Orde di ragazzi che non alzano la testa dallo smartphone nemmeno quando pranzano, e che attraversano le strade di paese con la testa dentro allo schermo.

Ed i giochi non sono più quelli ormai di stampo vintage dei primi anni novanta, ma più pericolosi ed invasivi. Dove a rischiare non è più soltanto un avatar immaginario nel gioco ma il suo vero alter-ego, in carne ed ossa. Che non avendo più contatti con la realtà, rischia il tutto e per tutto sulla propria pelle. Senza paura. Con incoscienza.

Il gioco nel gioco della vita che in età adolescenziale dovrebbe essere spensierata ma che invece diventa una sfida. A quello che manca ma dovrebbe esserci. La vita. Quella vera. Che oggi spaventa perché mutila di lungimiranza e priva di desideri veri. Naturali. Interessanti. Stimolanti.

Ecco il viaggio che tanti di noi ignorano. Ma che dovrebbe spaventarci davvero. Perché è quello che a differenza di altri, non arriva da nessuna parte.

Ecco l’unico viaggio che non consiglierò di fare.

Petra Feliziani

 

 

Il viaggio è un po’ come il mare

Il viaggio è un po’ come il mare

Il viaggio è un po’ come il mare.
Si viene e si va. Come la marea.

E come il mare che si ritira lasciando detriti e frammenti di vite, ma anche luccicanti conchiglie levigate dalla salsedine, anche il viaggio, ad ogni sua fine, lascia qualcosa. Più o meno luccicante e levigato.

Andando a ritroso, ma anche spostando la notte più in la, viene da pensare ai viaggi improvvisati e impensati di chi è stato costretto a lasciare la propria casa e le proprie abitudini per trovare spazio in una temporanea inadattabilità. Fuoco brucia sotto la terra ma anche negli animi di chi ne è rimasto coinvolto o di chi lo è stato indirettamente.

Intanto l’estate inizia ed il mare si placa (o sembra farlo). E le danze iniziano. In un ballo serpentino ed orgiastico realizzato ad hoc in ogni cartolina vivente chiamata borgo o città costiera, e che prende vita appena il sole inizia a tardare insieme agli ultimi runners di paese.

Promemoria ed inviti. Matineé e serate. Si viene e si va. Anche solo spostandosi di qualche metro. In un calcolo statistico di luoghi possibili, quanti viaggi ognuno di noi è preparato ad affrontare nella propria vita che sia esso, come ne Le Città Invisibili di Calvino, in una città o in un’altra, più o meno accogliente, più o meno magica, più o meno tragica. Comunque viaggi da ricordare. Come nei migliori romanzi, siano essi best sellers, premi Pulitzer o di appendice.

Il viaggio resta. Ad aumentare la personale biblioteca virtuale che si chiama vita.

Petra Feliziani

 

Non è importante la meta, ma il viaggio.

Non è importante la meta, ma il viaggio.

 

 

Non c’è viaggio più bello che quello vissuto. Il viaggio. Appunto.

Nessun riferimento ai viaggi programmati. Di guide turistiche e promemoria sulla cartina.

Sono i viaggi improvvisati. Di quelli impensati. Vissuti appunto. Nel mentre. E forse quello a cui si fa riferimento non è nemmeno soltanto lo spostamento da un luogo all’altro.

Un’esperienza che non costa molto. Basta salire su un treno. E passare qualche ora, andata e ritorno, in un contenitore chiamato vagone, in compagnia di persone che non conosciamo. Abbiamo tutto il tempo per studiarle. Chi sono. Cosa fanno. Perché sono sul treno e da chi vanno. Che vita hanno. Si studiano i tratti del viso. I loro movimenti, magari si ascolta il loro accento. E forse loro fanno lo stesso con noi.

 

Uno studio antropologico in versione ridotta. Un discreto scrutare.

Il viaggio, però, si può intraprendere, anche in un altro modo. In un privato godimento. In introspezione. Fare cose che non si fanno nella vita di tutti i giorni perché la routine ci risucchia. Leggere, ascoltare musica, magari scrivere. E pensare. Pensare a dove si sta andando. Nell’improvvisazione di quello spostamento che è tutto nostro.

 

Qualche ora che dura giusto il tempo scritto nell’obliterazione del biglietto. In una incubatrice che nel suo spostamento ci mostra, in corsa, spazi vuoti o ricchi, antichi e multiformi.

 

Intanto i pensieri scorrono, insieme al vagone che si avvicina e si allontanerà. Chissà a cosa. Chissà dove. Non lo sapremo fino a quando non saremo scesi dalla scatola, o forse non lo sapremo mai.

Nel frattempo, buon viaggio.

 

Petra Feliziani