Categoria: Food-scout

TRATTORIA TRENTASETTE [gennaio 2018]

TRATTORIA TRENTASETTE [gennaio 2018]


 

il terrazzo della trattoria

Spaghetto grande Carla Latini con alici capperi pomodorini e pane tostato

Crostone con sgombro cotto al vapore e marinato con cipolla rossa

Paccheri cav Cocco con battuto di sgombro

Spiedino di seppioline (scarpetta) arrostito con il suo nero

Baccalà mantecato con pane carasau nocciole e caffè

Polpette fritte di palamita e olive

Hamburger di gamberi rosa con patate viola fritte

Mazzancolle con patate

Baccalà con una mousse di pecorino uova e guanciale croccante (carbonara)

Alici con stracciatella di bufala e puntarelle romane

 

TRATTORIATRENTASETTE Via Faleria, 37
63821 Porto Sant’Elpidio FM

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HOLYFOOD SLOW FOOD [non solo una parola in comune]

HOLYFOOD SLOW FOOD [non solo una parola in comune]

 

Holy Food e Slow Food.
Non solo una parola in comune nel nome ormai. Ma qualcosa di più.

 

Cioè un cammino condiviso nella scelta di trattare con le cose buone. Nella comunicazione e nei fatti. Holy Food, piattaforma comune che ha tra i suoi obiettivi quello di trattare, consigliare, proporre e divulgare l’informazione sullo star bene. Con il cibo. Un carnet di appuntamenti per ricordarci di stare bene con noi stessi, partendo dalla cura nell’alimentazione, proseguendo con consigli sulla cura ed il benessere del corpo, con interventi di professionisti e terminando con consigli di viaggio, culturali ed enogastronomici.

 

 

Slow Food non ha bisogno di presentazioni. Per il suo fare da oltre trent’anni su territorio internazionale. La scelta di raccogliere da chi semina bene, la scelta di condividere ciò che viene prodotto con cura e passione. E di farne cibo per le nostre tavole, in un contesto che è più ampio di quello del cibo in senso stretto, ma che ha a che fare con le nostre abitudini e le nostre scelte.

Ecco perché Slow e Holy sono sempre più spesso vicini.
Perché condividono lo stesso concetto che è quello della ricerca di qualcosa di più naturale.

Petra Feliziani

 

Slow Food è un’associazione internazionale no profit impegnata sul fronte della tutela della biodiversità alimentare e dell’educazione al valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con gli ecosistemi e nel solco delle tradizioni locali. Questa rete è presente in 150 paesi e lavora ogni giorno per promuovere un’alimentazione buona, pulita e giusta per tutti.

Questa definizione, probabilmente non riesce a spiegare l’estrema ricchezza di saperi e relazioni che si cela nel mondo di Slow Food ma dice una cosa fondamentale: che è costituita da produttori, trasformatori, consumatori, rappresentanti di Enti locali che lavorano su una certa idea di cibo: locale, tradizionale, giusto.

D’altronde, siamo nel pieno di grandi trasformazioni che riguardano il modo di produrre e consumare cibo che porteranno a superare un pensiero gastronomico vecchio e inadeguato.
Una visione olistica della gastronomia e la costruzione della capacità di superare concetti poco rispettosi del valore delle differenti culture del pianeta sono tra le sfide più belle che abbiamo dinanzi per i prossimi anni.

E quella che all’inizio sembrava solo una geniale intuizione è divenuta nel tempo una certezza condivisa da un numeroso pubblico: la centralità del cibo è un punto di partenza straordinario per una nuova politica, una nuova economia, una nuova socialità. La centralità del cibo implica la convinzione che il diritto al cibo sia il diritto primario dell’umanità, per garantire la vita non solo del genere umano, ma dell’intero pianeta.

 

Questa affermazione avrà probabilmente, conseguenze importanti per il nostro modo di agire e di lavorare: ci aiuterà a superare l’atavica limitatezza del gastronomo che non guarda al di fuori del suo piatto e ci porterà su rive sicure dove la sobrietà incontrerà il vero piacere, l’agricoltura illuminata si farà carico della bontà e della bellezza, il sapore marcerà a braccetto con il sapere, l’economia locale avrà a cuore la cura del pianeta e il futuro dei giovani.

Senza il diritto al cibo buono, pulito e giusto per tutti, queste istanze non si potranno realizzare e l’intera umanità sarà sofferente come la terra nostra madre. Dire che il cibo deve tornare a essere elemento centrale delle riflessioni che riguardano l’uomo è dire qualcosa di eminentemente politico.  Quella dei consumatori di cibo è una “non categoria”: le azioni che hanno come obiettivo i consumatori di cibo sono dirette a tutto il genere umano.

Per questo sono azioni politiche per eccellenza. Oggi si pensa ai consumatori come a coloro che “comprano” il cibo, ma se il cibo interessa solo in quanto viene venduto e acquistato (divenendo competenza delle politiche economiche, e non della politica in sé) si perde di vista il cibo come diritto.

Ciò che è essenziale alla sopravvivenza, invece, è parte della sfera dei diritti: per questo parliamo di diritto al cibo e di diritto all’acqua. Il cibo è ciò che ci dovrebbe ricordare ogni giorno che siamo parte della Natura, che le apparteniamo, che siamo dentro di essa, nel più grande sistema vivente.

Il cibo viene dalla Natura, tramite la Terra, attraverso di noi si fa cultura e poi torna alla Natura, sempre attraverso la Terra. Esattamente come facciamo noi stessi, che alla fine della nostra vita torniamo a essere parte della Terra. Il nostro metabolismo è quello di tutti i sistemi viventi: animali, piante, microrganismi, la Terra stessa.

Io mangio qualcosa che proviene dalla Terra, lo digerisco, ne assorbo l’energia e poi lo restituisco alla Terra.
Anche il pianeta su cui viviamo funziona in questo modo, e il suo metabolismo è ciò che garantisce la vita. Per l’umanità non sembri retorico, ma è dell’intero genere umano che stiamo parlando diventa imprescindibile ritornare alla terra.

Abbiamo tutte le possibilità per farlo e ci sono tanti modi per poterlo fare tutti, nessuno escluso. In prima istanza, ritorno alla terra può voler dire concretamente tornare a coltivare, a fare agricoltura. Le campagne di tutto il mondo si sono spopolate o si stanno spopolando.

Sempre più spesso i giovani non sentono il bisogno di continuare il lavoro dei loro padri e, dove le famiglie da generazioni non coltivano più la terra, il mestiere dell’agricoltore è molto raramente contemplato tra le opzioni di vita nel futuro di un ragazzo o di una ragazza.

Tuttavia, obiettivamente, non tutti hanno la possibilità di fare l’agricoltore: non ce l’hanno, per esempio, le persone che vivono in aree urbane. Ma anche nelle aree urbane si può “tornare alla terra”.
Anzi, questa diventa un’esigenza irrinunciabile nel momento in cui la popolazione che vive in città supera di gran lunga quella che vive in campagna.

Da un lato si può “coltivare la città”; dall’altro tutti possiamo diventare co‐produttori. Tutti possiamo e dobbiamo tornare a essere contadini, anche se non coltiviamo in maniera concreta. Coltivare la città non è difficile, e gli orti sono gli strumenti più immediati: orti urbani comunitari o personali, ci sono tanti esempi all’interno di Slow Food e nella rete di Terra Madre.

 

Il verde urbano poi si può rendere produttivo e non soltanto decorativo.

Infine l’agricoltura periurbana è indispensabile per costruire sistemi di distribuzione locali del cibo anche in città, come i mercati contadini o i gruppi di acquisto solidale. Ma la cosa più facile per tornare alla terra la possiamo fare tutti, ovunque viviamo. È la scelta del nostro cibo, il diventare consapevoli che «mangiare è un atto agricolo».

Solo in questo modo ci possiamo trasformare da consumatori passivi in coproduttori attivi, che condividono la conoscenza del cibo con chi lo produce, apprezzano e pagano adeguatamente gli sforzi per produrre in modo buono, pulito e giusto, seguono le stagioni, ricercano il più possibile il cibo locale, lo promuovono, ne insegnano le caratteristiche e i metodi produttivi ai loro figli.

Diventare coproduttori significa diventare contadini dentro, reimparare il cibo e dunque tornare alla terra, anche se non la si coltiva direttamente. I coproduttori sostengono chi torna in campagna e credono che il cibo possa continuare a essere portatore di valori indispensabili per una vita degna di questo nome.

Dott. agr. Ugo Pazzi
Presidente Slow Food Marche

 

 

L’amore per la terra, la passione, l’esperienza. Di chi produce vino. Di chi ama i propri vitigni. Di chi non ottiene riconoscimenti importanti ma che si distingue per queste caratteristiche. E produce buon vino. Queste le parole del Curatore Regionale Slow Food Wine Francesco Quercetti durante una delle serate delle CENTO CENE PER SLOW FOOD WINE, tenutasi presso la Trattoria 37 di Porto Sant’Elpidio il 9 dicembre scorso.

Una occasione per presentare la Guida Slow Wine 2017 gustando vino e cucina. E conoscerla meglio. Nella guida infatti, sono presenti, non solo i vitigni conosciuti e pluripremiati, ma soprattutto quelli che interpretano la terra ed il luogo di provenienza ed il lavoro di chi lo produce. Un riconoscimento dell’impegno, della passione e del territorio al quale appartengono. Una delle molte occasioni, questa, per conoscere anche quello che è meno conosciuto. In una cornice, quella Slow Food, nella quale si inserisce il Wine, di più recente creazione, circa sette anni, a rafforzare tale filosofia, che prende spunto dalla terra e della terra raccoglie i frutti che promuove. In questa occasione, presentati sei vini di diverse aziende agricole ed a loro abbinati sei piatti di pesce della cucina della trattoria elpidiense, di esperienza pluriennale.

L’Iniziativa nazionale delle Cento Cene è legata alla diffusione e condivisione di questa idea di vino collegata ad una visione della vitucoltura, fatta da vigneron, vitigni autoctoni e territori. Nelle Marche sono state realizzate già circa quindici cene sul tema, di cui una presso la Trattoria 37 a Porto Sant’Elpidio.

A parlare è Giancarlo Gariglio, curatore della Guida Slow Wine 2017. Nelle sue parole, tutto l’impegno e la cura messi per promuovere chi con passione lavora la propria terra, e da risultati. Concreti. ‘Non punteggi, ma giudizi, e uno sguardo più profondo alle cantine, e non solo ai vini, per spiegare la complessità del mondo del vino italiano. Ecco Slow Wine, la guida ai vini d’Italia di Slow Food. Una guida che ha il dichiarato obiettivo di diversificarsi dal resto dell’offerta italiana del genere. Tre sezioni descrivono le cantine nel loro insieme:

Vita, le storie degli uomini e delle donne che sono stati i protagonisti di queste realtà.

Vigne, i vigneti visitati e descritti nelle loro caratteristiche e modalità di conduzione.

Vini, raccontati in modo semplice e correlati da una buona serie di dati.

Ad essere recensiti non sono soltanto i vini, ma anche le singole aziende, analizzate nella loro interpretazione dei valori (identitari, ambientali, organolettici), della qualità del vino e del rapporto tra qualità e prezzo. Ai vini sono state applicate altre categorie: i Vini Slow, i Grandi Vini ed i Vini Quotidiani. Ognuna di queste suddivide i vini in base ai caratteri che li lega al territorio ed alla storia, alle loro proprietà organolettiche ed al rapporto qualità/prezzo.

 

Per chiudere, ancora le parole di Gariglio sulla guida: ‘Slow Wine non vuole diventare, e nei fatti non lo è, una guida esclusivamente dedicata al biologico ma, anche grazie al buon esempio che abbiamo indicato negli scorsi anni, oggi oltre la metà delle cantine segnalate hanno intrapreso il percorso di conversione al biologico, per un territorio più pulito per chi ci vive e lavora.

Petra Feliziani

 

MENU TRATTORIA TRENTASETTE

 

i piatti 

Antipasti

Crostone con sgombro marinato e cipola rossa piatta di Pedaso
Razza all’isolana con oliva nera ascolana e pomodorini
Polpetta di pesce azzurro e oliva Sant’Agostino fritta

Primi Piatti

Raviolo con gamberi rosa bietola e ricotta
Passatello in brodo di gallinella di mare

 

Secondo Piatto

Trancio di baccalà al forno con carciofi e patate

Dolce

Ciambellone pera e cacao con gelato alla vaniglia

 

i vini

Oltrepò Pavese Pinot Nero Rosè Dos. Zero 2012 – Azienda Agricola Calatroni

Vernaccia di San Gimignano 2015 Selva Bianca – Azienda Agricola Il Colombaio di Santa Chiara

Trebbiano d’Abruzzo Bianchi Grilli 2014 Selva Bianca – Azienda Torre dei Beat

Petit Arvine   Nuances 2014 – Azienda Ottin

Carignano del Sulcis Doc 2015 Is Solus – Cantina Sardus Pater

Barolo Liste 2011 – Azienda Borgognoz

 

 

 

Porto Sant’Elpidio solo di recente ha scoperto una vocazione enogastronomica, nonostante ciò si contano già diverse iniziative di successo dove il cibo è protagonista. Da ben tredici anni, ad esempio, ospita “Il Falerio, una DOC d’amare” una kermesse culinaria durante la quale i ristoratori aderenti preparano piatti da abbinare allo storico vino. Da tre anni “Vola il menù” attrae i gastronauti a cifre assolutamente contenute; da due anni, per gli appassionati dello stoccafisso, c’è lo “Stocco fest”, dove il gustoso pesce viene preparato in tanti modi e con accostamenti di sapori originali. Storica la sagra estiva elpidiense di “Lu sarduncì scottaditu”, che utilizza il pesce locale, pesce povero, con la tradizionale e veloce cottura alla brace.

A Porto Sant’Elpidio i titolari di trattorie e ristoranti, tutti con storie differenti, alcuni riconvertitisi in imprenditori del settore enogastronomico dopo l’esperienza nel calzaturiero, propongono menù ricchi a prezzi contenuti. Il progressivo affermarsi della ristorazione rappresenta una grandissima opportunità per la nostra città, perché qualifica l’offerta e promuove il turismo gastronomico, caratterizzato da proposte differenziate, che ben si adattano a rispondere alle esigenze di tanti piccoli target di clientela. Il passaggio successivo dovrà essere quello di utilizzare e valorizzare le materie prime locali, per rendere unici i piatti serviti e intessere collaborazioni con le aziende produttrici del territorio. La rete commerciale locale e le partnership economiche tra più produttori o tra questi e i ristoratori devono ancora essere sfruttate in tutte le loro potenzialità, ma piccoli passi in avanti si stanno facendo.

Il turismo enogastronomico è sicuramente un’offerta di nicchia, ma risponde alla consolidata tendenza della ricerca di “esperienze” e di autenticità da parte dei “nuovi” turisti. Quando si menziona un territorio non ci si riferisce più solo ai beni monumentali o paesaggistici presenti, ma al contesto economico-produttivo e sociale che lo connota, includente i prodotti e le tipicità alimentari, i loro produttori e i “trasformatori” o “interpreti” delle materie prime, appunto i ristoratori. Le persone che sanno utilizzare in modo competente e creativo le produzioni locali e farle apprezzare ai clienti e ai palati più esigenti diventano destinazione turistica, oltre che luogo d’incontro conviviale.

Utili oltre che interessanti sono le attività dell’associazione Sloow food che, organizzando serate di degustazione nei locali segnalati nella sua prestigiosa guida, promuovono la conoscenza del territorio, la cultura del cibo e la qualità.

Se la ristorazione di qualità è il risultato dell’impegno privato, organizzare iniziative per la valorizzazione delle eccellenze locali è compito degli amministratori che, appunto, occupandosi della polis devono mettere in luce individui, territorio e beni, devono favorire politiche di educazione alimentare attraverso un’attenta selezione delle materie prime per la mensa scolastica, evitare il consumo di suolo agricolo, proteggere i versanti collinari dall’erosione e rivedere il Piano regolatore generale nell’ottica della sostenibilità.

A Porto Sant’Elpidio sono di lunga tradizione gli orti cittadini, i quali, coltivati per lo più da anziani, mantengono ordinato il territorio, favoriscono l’autoproduzione e l’autoconsumo. Indubbiamente gli orti urbani hanno bisogno di una nuova regolamentazione e implementazione per soddisfare i bisogni di individui in fasce di reddito basse e la popolazione anziana, ma ancora attiva, pertanto occorre lavorare in questa direzione.

In programma per il 2017, con la collaborazione attiva di insegnanti e studenti, c’è la cura degli orti nelle scuole di ogni ordine e grado e anche un progetto da realizzarsi presso l’IIS “C.Urbani”, dove scuola, amministrazione comunale, Legambiente e Slow food si sono uniti per promuovere l’ampliamento dell’orto scolastico e utilizzarlo come uno strumento di lotta alla dispersione scolastica, particolarmente alta tra gli studenti del biennio.

Per concludere, le politiche ambientali di un’amministrazione si fanno anche promuovendo la qualità del cibo e delle produzioni, in collaborazione con i ristoratori e le associazioni locali. Tra queste ultime, Il samaritano, che nel 2016 ha lanciato il progetto denominato “Cibo, bene comune”, pensato con lo scopo di recuperare le eccedenze alimentari dei commercianti e delle aziende locali, creando un’efficace sinergia tra produttori, esercenti commerciali e cittadini a cui hanno aderito ventisei attività commerciali di zona, nove aziende del Fermano e altre nove attività commerciali, affiggendo il logo del progetto in vetrina ed esponendo opuscoli informativi nel loro negozio. Le eccedenze e il cibo invenduto vengono messe a disposizione della mensa per i poveri e garantiscono i pasti a chi ne ha bisogno. Il cibo, dunque, non è solo tradizione e cultura, ma è anche solidarietà.

 

Annalinda Pasquali
Assessore alle politiche ambientali
Città di Porto Sant’Elpidio

 

 

 

 

 

 

 

 

DICEMBRE alla CORONCINA

DICEMBRE alla CORONCINA

A dicembre prima dei bagordi natalizi sono andato con amici, amici di sempre anche di Melania alla Coroncina.

Sappiamo che le verdure, la frutta come le erbe aromatiche e olio sono del campo e che può succedere che quello che ci attendiamo non c’è, ma c’è qualcos’altro che aspetta solo di essere raccolto. Cosi la proposta degustazione muta quasi quotidianamente.

Panzanella di cavolfiori
Vellutata di zucca
Gnocchi di barbabietola e spinaci
Burger di ceci con mayo vegan e verdure dell’orto con giardiniera, chips di topinambur e rape rosse
Tiramisù di kaki

Pani a lievitazione naturale

Il cibo del corpo e quello della mente delle emozioni diventano un tutt’uno, il percorso che ha portato Melania a questo è iniziato da tempo. E’ riuscita a vedere e comprendere che la terra può offrire senza forzarla tutto quello che necessita, tanto da poterlo offrire agli altri con il suo lavoro in cucina, cercando in quello che ha disposizione, sapori inconsueti, ed equilibri.

Tonino Del Moro

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SENZA CONFINI

SENZA CONFINI

 

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SENZACONFINI non è solo un azienda che coltiva frutti di bosco e li trasforma in confetture ma è un idea su un mondo in cui il cibo unisce i territori
Questo il concetto che mi ha spinto a voler capire dove e come  sia nata  questa idea di SENZACONFINI e chi ne sono gli artefici.

fontegranne-640x426© FONTEGRANNE

E’ doveroso parlare di Fontegranne il luogo dove è partito il progetto.  Fontegranne nasce come azienda agricola nel 1968 con un’estensione di 9 ettari a Belmonte Piceno: una casa colonica e soprattutto una stalla con bovini di razza Marchigiana. In seguito viene introdotta la razza Frisona, inizia a questo punto la produzione di latte e nel 2000 quella dei formaggi, con una particolare attenzione alla ricerca dei “caci persi” e di quelli “inventati”.

Oggi la tenuta si estende per 84 ettari coltivati con metodo biologico tra Belmonte Piceno e Amandola, le mucche da latte vengono allevate a Belmonte, con un sistema di allevamento semi brado, ossia per una parte della giornata gli animali sono in stalla e l’altra fuori, libere, al pascolo, le vacche in mungitura sono mediamente 35 e le capre 60.

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Gli animali vengono alimentati con mais, orzo, crusca, favino e fieno prodotti in azienda grazie alla disponibilità di sostanza organica.
Parte del latte vaccino e caprino prodotto viene direttamente trasformato in più di 20 tipi di formaggio a latte crudo, latte lavorato entro 24 ore dalla mungitura senza essere sottoposto a pastorizzazione né ad elevate temperature in fase di caseificazione, la carica batterica favorisce così la naturale fermentazione del latte, così da trasmettere al formaggio il massimo delle sue potenzialità dando al prodotto aromi e sapori unici, che fanno di Fontegranne un’azienda all’avanguardia nel suo settore.
A Belmonte,  è stato creato anche un punto vendita dove si possono trovare tutti i prodotti della Fontegranne.

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Mentre nella tenuta di Amandola invece dove, insieme ad un bel frutteto di mele rosa, un cultivar autoctono, si è iniziato un allevamento di bovini di razza marchigiana dove, durante la bella stagione, le mucche sono tenute al pascolo “libero”

Sensibile ed attenta alla salvaguardia della biodiversità, rispettosa della sua missione, Fontegranne ha ritenuto opportuno dedicarsi alla riscoperta e coltivazione quindi dei grani antichi quali: Jervicella, Verna, Abbondanza e Belvedere, i quali, macinati a pietra, producono farine utilizzate direttamente dall’azienda per fare pani, cotti nel forno a legna, pani che vengono poi distribuiti nel punto vendita della tenuta, insieme agli altri prodotti, quali carni fresche, ai formaggi e l’olio, altro fiore all’occhiello dell’azienda, che è il prodotto di 150 piante di Piantone di Falerone.

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Una spiccata sensibilità alle tematiche educative sociali, fa si che si svolga un’attività di fattoria didattica con cinque percorsi dedicati ai ragazzi di tutte le età, con le quali si cerca così di ristabilire il contatto con il nostro mondo rurale, ponendo inoltre una forte attenzione a quelle che sono le nuove dinamiche ambientali al fine di sviluppare sempre più una coscienza atta a farle comprendere e valorizzare.

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Eros Scarafoni titolare dell’azienda e Cristina Matei collaboratrice da sempre, che ora si divide tra l’Italia e la Romania, hanno dato vita a SENZACONFINI.

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Si perché le confetture sono prodotte con frutti coltivati e trasformati a Niculesti in Romania. Il metodo di coltivazione è biologico non certificato, l’uso degli zuccheri è molto basso, il limite minimo per permettere una conservabilità del prodotto, in modo peraltro da esaltare al massimo lo zucchero (fruttosio) contenuto nella frutta. La Romania è una terra ricca di ribes, lamponi, visciole, more e fragole.

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Lamponi, mirtilli neri, mirtilli rossi, more, ribes e fragoline di bosco non sono solo una delizia per il palato ma anche preziosi alleati per la salute. Questi straordinari frutti di bosco sono ricchi di antiossidanti:l’elevato contenuto di composti fenolici protegge le cellule dai radicali liberi e dal danno ossidativo di lipidi e proteine, risultando quindi utili nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, invecchiamento e infiammazioni.

Il mirtillo rosso americano per esempio (Cranberry, il cui nome latino è Vaccinium macrocarpum) è utilizzato per contrastare le infezioni delle vie urinarie: grazie all’elevato contenuto di Proantocianidine, infatti, tale bacca inibisce l’adesione dei microrganismi patogeni alla mucosa della vescica.

I frutti di bosco non mantengono inalterate le loro proprietà dopo cotture prolungate e quindi dovrebbero essere mangiati crudi e freschi, anche se da un punto di vista puramente gastronomico sono ottimi per la preparazione di  composte e golose marmellate. Il contenuto di zuccheri ci impone di consumarne in piccole quantità,  per esempio su del pane tostato con un cucchiaio di ricotta fresca o come top sullo yogurt… Per una equilibrata prima colazione, merenda o gustosi e leggeri dessert.

a cura della nutrizionista Dott.sa Raffaella Montesi

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Il mondo e la realtà sono in continua trasformazione, questa è l’unica costante, lo spostamento è un arricchimento e con esso il cibo, che diventa condivisione e traccia delle persone e dei territori, sempre più permeabili e visibili. Questo ferma l’omologazione.”

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La diversità condivisa e soprattutto conosciuta, diventa tangibile con il cibo il quale  rappresenta l’identità di un luogo che da lontano diventa vicino, il consumatore si appropria e conosce perciò non solo un prodotto d’alta qualità ma il mondo che c’è dietro, i luoghi, le storie e le persone .

Questo ci rende tutti più vicini con le nostre diversità, è un modo per superare le diffidenza e la paura dell’altro non solo come essere umano, ma anche come civiltà ed il cibo è senza dubbio una delle espressioni ed il veicolo migliore per avvicinarci e comprenderci.

Tonino Del Moro

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L’ORTO DELLA CORONCINA [luglio]

L’ORTO DELLA CORONCINA [luglio]

È venerdì 8 luglio sono alla Coroncina a distanza di due settimane voglio parlare di quell’orto che ho visto qualche mese fa, che strana sensazione, in un attimo mi trovo fuori dai circuiti abituali, poco prima ero in superstrada, ora appena attraversato l’inizio di Caldarola, passo la rotonda e ravviso l’insegna giro a destra e la strada si fa stretta,

 

E ora di pranzo di solito il ristorante al venerdì è chiuso, oggi gradita eccezione, ci sono i nuovi piatti, come ogni mese tutto cambia e poi come ogni giorno può mutare in base al raccolto.

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© Coroncina

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Poi dopo un breve riposo, il Sole del primo pomeriggio irradia energia e ci dirigiamo verso il campo, non siamo soli.

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La pacciamatura (Con il termine pacciamatura si indica l’operazione di coprire il terreno con materiale inerte; questa operazione viene compiuta per alcuni principali motivi, il principale è quello di evitare la crescita di piante infestanti, nelle aiole e nell’orto. Ma la pacciamatura può essere effettuata anche per mantenere umido il terreno in vicinanza di piante particolarmente esigenti in fatto di acqua, oppure per mantenere il substrato fresco, o anche per evitare che il gelo invernale penetri eccessivamente in profondità, danneggiando l’apparato radicale delle piante più delicate. Inoltre nelle zone con clima molto caldo e secco, lo strato di pacciamatura permette di mantenere più a lungo l’umidità negli strati superficiali del terreno, con conseguente beneficio per le piante, e diminuita necessità di annaffiature) è praticata un po’ ovunque qui, con l’uso della paglia, torniamo alla consapevolezza e ai conseguenti comportamenti che incidono su tutto quello che ci circonda.

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Le rape rosse sono pronte da raccogliere, come le cipolle, le zucchine e i peperoni, mentre le fragole stanno rifiorendo, fra qualche giorno anche i pomodori. Questo è il ciclo, l’estate è ora nel suo pieno vigore, allontanarsi porta ad un disequilibrio, le regole o meglio i comportamenti sono assai semplici, basta non modificarlo, diventandone parte questo porta all’equilibrio, che è continuo mutamento.

Tonino Del Moro

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CORONCINA [bambù]

CORONCINA [bambù]

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Qualche giorno fa Carlo, mi ha inviato una foto che mi ha incuriosito e l’ho chiamato, mi ha parlato della piantagione di bambù che è stata impiantata da loro a Belforte, mi torna immediatamente il ricordo di Treviso del giardino di una mia amica dove raccoglievo i germogli e dove ho conosciuto questa pianta, è una graminacea gigante, poi Carlo mi parla del suo viaggio in Giappone con Melania e di Sana [la loro aiuto cuoca giapponese] l’ho vista solo in foto e nei piatti della Coroncina.

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Torniamo a parlare di bambù
Il bambù è una pianta infestante , una volta che ha  attecchito è difficile debellarla, di solito dopo 7 anni…..in Vietnam durante la guerra nei campi colpiti dalle bombe al napalm queste piante hanno continuato a vivere forse più forti di prima. L’arroganza del potere dell’uomo è nulla di fronte la forza dell’umiltà della natura , che può sembrare folle con i suoi cataclismi e terremoti ….
Capisco dalle sue parole che non e solo un’operazione come un’altra, ma qualcosa d’altro, e che Carlo che come dice Melania è poliedrico e istrionico , e qualcuno gli ha dato anche del pagliaccio, senza capire che il suo modo di comportarsi è sincero e rispettoso verso i clienti.
E  mi ha risposto quando glielo detto scherzosamente “… fatto che da questo modo di fare sono uscite belle cose insieme ….io amo questo posto è la mia vita…”

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Queste piantagioni non richiedono l’uso di pesticidi e apportano anche altri benefici all’ambiente, come il contrasto al dissesto idro-geologico e la riduzione di anidride carbonica.
Sono piante non diffuse alle stesse longitudini, fra pochi anni, si potrà ammirare una piantagione di bambù (Phyllostachys edulis o pubescens). Questa supera i venti metri di altezza e produce un legno resistente e pregiato dalle svariate applicazioni industriali e commerciali come mobili, oggettistica e filati. I suoi germogli sono un alimento apprezzato in cucina, anche se poco conosciuto.

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Per lo sviluppo della piantagione occorrono sei-sette anni, dopodiché s’inizierà la prima raccolta. Aver messo a dimora le circa 400 piante di questo bambuseto di un ettaro è una scommessa. Questa varietà cresce in particolare nello Yunan cinese e in Giappone, tuttavia, resistendo anche a temperature di – 20 °C, nel nostro clima vegeta bene. Una volta le ricchezze di quelle antiche civiltà orientali, tra cui l’etnia matriarcale cinese Mosou, erano il the, le spezie, i tessuti e il bambù.

Nel terreno crescono 800 piante di olivo (predomina la varietà Coroncina) e 100 alberi da frutto di melo cotogno, fico, giuggiolo, melograno, prugno, mela rosa, aloe vera e saponaria.
Nel boschetto di essenze mediterranee è possibile passeggiare ammirando tre piccoli stagni e i loro abitanti animali e vegetali. Tra gli anfibi abbiamo il tritone italiano, poi le ninfee e piante ossigenanti che depurano l’acqua, come la Tipha angustifolia. Domina regina con i suoi alti voli la poiana che nidifica nella zona; lo frequentano anche cerbiatti, istrici e tassi. La proprietà, sita al confine con il Comune di Caldarola, è segnalata zona divieto di caccia e i bracconieri non sono assolutamente graditi.

Melania aggiunge: L’Italia è meravigliosa, mi spiace quando si abbandonano le campagne con gli usi, costumi e tradizioni del sano vivere del passato”. Restare a contatto e in simbiosi con la natura fa parte del loro essere, tuffati in quell’attività consente loro un’integrazione completa e appagante con la natura.”

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Leggo l’articolo del giornalista Eno Santecchia che parla di questa storia, che mi fa comprendere come sia possibile essere consapevoli e riuscire a vivere questo con scelte che guardano lontano, il bambuseto ne è un esempio concreto di come si possa aspettare e “piantare” nel vero senso della parola per raccogliere quando sarà il momento, allontanandosi da quella frenesia irreale che porta a vivere una vita non più nostra.

Tonino Del Moro

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Fonti http://www.storieeracconti.it/2016/01/coroncina-e-bambu/

 

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foto di Melania Moschini e Carlo Scagnetti

SEMPRE ALLA CORONCINA [vivere meglio con e nel proprio corpo]

SEMPRE ALLA CORONCINA [vivere meglio con e nel proprio corpo]

 

A differenza di Melania conosco molto poco Carlo, ma lo associo posso dire orami da sempre, alla Coroncina, insieme sono quel luogo, poi è sempre in sala, pronto a spiegare i piatti e alle volta accompagna i clienti sotto, a vedere l’altra Coroncina, con lui e possibile se si resta o comunque se si arriva non solo per mangiare fare trattamenti, è un ottimo massofisioterapista e molto più. Come un cliente ha scritto in una recensione la Coroncina per Carlo è come se fosse un figlio.

Tutto nella norma, un bel luogo, ottimo cibo, attenzione alle materie prime, possibilità di fermarsi per la notte e una bel centro benessere. Poi leggo attentamente la web, molto professionale di Carlo e una parola mi colpisce il “viaggio”, voglio capire meglio

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Il viaggio” che propone è la sintesi tra il suo percorso di esperienze maturate nel suo cammino di vita e quello che tutt’ora continua ad apprendere. E’ una terapia integrata, incentrata e totalmente volta al benessere psico-fisico della persona che la riceve.

Il trattamento manuale del Viaggio è un vero e proprio “massaggio su misura”, modellato e pensato ad hoc sulle peculiari esigenze della persona che ne beneficia. Proprio per questa sua caratteristica, la comunicazione con la persona che si affida  risulta fondamentale, così come il suo ascolto attivo.

La giusta interpretazione delle emozioni è la guida nel percorso che condurrà al rilassamento e ad uno stato di profondo benessere. La sua formazione nel Counseling  gli ha consentito di apprendere differenti tecniche di stampo umanista, tutte incentrate sull’ascolto e sulla creazione di un legame empatico con la persona intraprende questo percorso. Ha adattato le conoscenze apprese in ogni fase della sua esperienza di studio dell’attività di massofisioterapista.

Questa la sua missione condividere con l’altro i benefici effetti del viaggio: la consapevolezza che il sapersi ascoltare produce benefici sulla persona e sul suo organismo è la chiave per vivere meglio con e nel proprio corpo.

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Nel centro benessere anche:
Massofisioterapia
Back School e Mezieres (ginnastica posturale)
Terapie Manuali
Massaggio Californiano
Riflessologia Plantare.

 

Carlo ha uno studio di Massofisioterapia a Tolentino in via Francesco Filelfo, 20

 

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Volevo chiamarlo e chiedere, capire, poi ho pensato che non occorre capire, bisogna ascoltate e ascoltarsi, appena potrò, voglio affrontare il viaggio.

Tonino Del Moro

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L’ORTO DELLA CORONCINA

L’ORTO DELLA CORONCINA

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© CORONCINA

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Ho chiesto a Melania e Carlo di mandarmi le immagini del loro orto, e sono arrivate due giorno dopo la Luna nuova, che come ci dice Titti è il giorno migliore del mese per mettere a dimora le piccole piante di fagioli e fagiolini, sempre restando negli orti.

Questi sono luoghi speciali dove si riacquista il ritmo, quello reale, delle stagioni che si alternano, delle ore di luce, della Luna con il suo calendario e il Sole, indispensabile al pari dell’acqua e l’aria per la vita. Il nostro essere microcosmo in un macrocosmo vi si riflette.
Orto voluto, da Melania e Carlo, dove il raccolto diventa la materia prima da cucinare, da mangiare.

Ora sarebbe, forse banale aprire una parentesi sull’abbandono cosciente e il più delle volte incosciente di questa che è la nostra dimensione reale,  una trasformazione senza soluzione di continuità e di quanto ce ne stiamo allontanando, e delle conseguenze di scelte e non scelte.

Voglio invece proseguire sulla consapevolezza che ha più forza di quanto si possa credere, lasciare alle spalle il lato oscuro e guardare il Sole, far conoscere e condividere realtà concrete. Vedere ora cosa sta nascendo cosa cresce e cosa verrà raccolto, e magari qualche piatto con quello che già si può prendere.

Tonino Del Moro

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piselli in fiore

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fava pronta da raccogliere

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insalata

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fragole

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zucchine in fiore

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TORNANDO AL PUNTO

TORNANDO AL PUNTO

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Torno sul gelato come alimento, nella Dieta Sequenziale è posto al termine del pasto, da gustare con tranquillità, o lontano dai quelli principali, gli ingredienti usati sono importanti, come le procedure produttive, passiamo da produzioni standardizzate dove la qualità ha lasciato il posto alla quantità e il prodotto si avvicina al cibo spazzatura che quotidianamente popola le tavole dei consumatori, spesso ignari quanto disattenti; a una produzione attenta, dove gli ingredienti diventano una componente essenziale e l’attenzione nonché la continua ricerca di sapori e combinazioni da parte del gelatiere come lo chiama Petra Feliziani.

Non ultima la stagionalità, che è il punto di partenza per ogni reale mutamento consapevole.Il rispetto della ciclicità è il primo passo verso equilibrio che è fonte primaria della salute, che non può prescindere da abitudini che non alterino la natura stessa.

Ora anche questo puoi manifestarsi mangiando un gelato, fatto  da un gelatiere.

Tonino Del Moro

 

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L’ARTIGIANALITÀ

Artigianale, artigianalità, artigiano. In senso stretto questi sono tutti termini legati al fatto di realizzare qualcosa a mano, quindi produrre una calzatura, un abito, accessorio unico, non uguale a qualcos’altro. Termini usati e abusati nel campo della ristorazione, ma anche in quello della gelateria.

La storia del gelato è molto antica, più di quanto si pensi. Ha avuto diverse fasi nel corso del tempo, di evoluzione ed involuzione, fino ad arrivare al giorno di oggi, in cui il prodotto in se e la categoria di operatori del settore stanno assumendo una valenza diversa, nuova direi, importante. Perché, si, dopo secoli in cui, passando da prodotto di nicchia a quello di consumo popolare, oggi il gelato sta acquisendo un valore nuovo. Da non confondersi però. Quello artigianale. Dove l’artigiano in questo caso è il gelatiere, l’uomo, o la donna, che con le sue mani e la sua testa, prova, riprova, sperimenta con lo scopo di realizzare un prodotto unico e sano. Prodotto con alimenti veri.

Ma attenzione perché anche in questo settore il termine di artigianalità è molto abusato, ed usato in modo sbagliato. Parliamo di chi rientra nella categoria sopra citata, il gelatiere che pensa e produce.

Oggi la categoria sta lavorando intensamente ed appassionatamente per dare al gelato una considerazione più alta, quella che solitamente è riservata alla culinaria. Il gelato non più pensato come quel qualcosa in più da prendere durante una passeggiata, ma un alimento sano ed equilibrato, prodotto con alimenti scelti e di qualità. E con il quale si può sostituire il pasto. Grandissimi passi avanti sono stati fatti dall’antico carretto a tre gusti, e non è un caso che il termine di gelato artigianale sia tutto italiano, riconosciuto all’estero.

Una volontà questa che è di rinnovamento, ma legato alla tradizione, il primo non può esistere senza il secondo, i nuovi gelatieri si ispirano alle vecchie tradizioni e con queste evolvono il gelato cercando di stare al passo con i tempi ed i gusti contemporanei.

Alimentazione naturale, biologica, ma anche innovativa, senza dimenticare la storia e la tradizionalità dei gusti, guardando sempre avanti.
Infine, quando vi capiterà di entrare in una gelateria, chiedete, ed informatevi.

Petra Feliziani  PUNTO GELATO

 

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PUNTO GELATO [perché il gelato si mangia]

PUNTO GELATO [perché il gelato si mangia]

 

 

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Il gelato è una cosa seria. Perché il gelato si mangia.

Tradizione tramandata negli anni ha voluto che il gelato sia stato considerato solo uno sfizio, una entità gastronomica non all’altezza di riviste specializzate, di quelle stellate, un paria quindi dell’enogastronomia. È negli ultimi decenni invece che si è assistito ad una inversione di marcia. Complici le riviste specializzate, i gelatieri non si sono più accontentati di ricoprire un ruolo secondario nella categoria food, forti di una certezza: il gelato, quello artigianale, è un alimento. Il che significa, che quando è prodotto con materie prime quali per esempio, latte, uova, zucchero, frutta e via via di seguito con prodotti nello specifico, di prima qualità, tutte queste cose, messe insieme, rendono il gelato un alimento ricco di caratteristiche e particolarità. Ogni volta unico nel suo genere. E  consumabile come qualsiasi altro pasto, durante il pranzo o la cena, che apporta, grazie alle caratteristiche delle materie utilizzate, le vitamine, le proteine e i grassi, utili al fabbisogno del corpo umano.

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I concetti da ribadire sono due. Il primo è l’artigianalità, che consiste nella scelta accurata dei prodotti, nella ricerca e sperimentazione continua allo scopo di produrre un gelato che sia il risultato del giusto equilibrio tra i diversi ingredienti, scelti con cura. Il secondo è quello che differenza il gelato artigianale da quello industriale, quello da catena per intendersi. Il gelato artigianale non è uguale ovunque. Proprio perché e la definizione stessa che lo implica, che lo rende diverso per ogni gelatiere. Ognuno con una sua particolare scelta degli ingredienti e gusti da produrre. Ognuno con un suo stile. Ognuno con a disposizione i sapori della propria terra.

Lunga vita al gelato. Quello vero.

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PUNTO GELATO nasce nel 2007.
Volonta’ quella di pensare, studiare, provare e  ‘fare’ il gelato artigianale. Dopo 10 anni di attività continua la ricerca di nuovi sapori, rivolti a palati attenti e golosi.
Nata sul lungomare sud di porto sant’elpidio dalla tenacia  di tre socie / sorelle del luogo, punto gelato ha voluto unire la ricercatezza nel prodotto offerto con la naturale accoglienza della costa elpidiense.

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Sin dalla sua nascita, la gelateria ha voluto offrire, oltre ai gusti tradizionali e tipici, anche quelli che sono il frutto della ricerca negli abbinamenti. da qui una ampia gamma di gusti da poter assaggiare e scegliere, sempre diversi e nuovi.
Comune denominatore, la scelta di ingredienti di prima qualità, la cura e l’attenzione verso i gusti del cliente, sempre aggiornati e preparati, attraverso l’assaggio, sui nuovi sapori.

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La storia di punto gelato va sempre avanti, e viene scritta, nel tempo, con la soddisfazione ed il sorriso di tutti i clienti.

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testo e foto di Petra Feliziani

PUNTO GELATO
Gelateria Yogurteria Frutteria
via Faleria, Lungomare Sud
Porto Sant’Elpidio

 Info 0734 909416
Info 388 1884451

facebook PuntoGelato2007

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