Il capo mozzo di san Giovanni

Al solstizio d’estate, quando il sole raggiunge la sua massima declinazione positiva (+23o 27′) rispetto all’equatore celeste per poi riprendere il cammino inverso, comincia l’estate. Questo giorno, la cui data ha variato secondo i calendari fra il 19 e il 25 di giugno, era considerato nelle tradizioni precristiane un tempo sacro, ancor oggi celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giorno dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la Natività di san Giovanni Battista. una festa molto antica se già Agostino la ricorda nella Chiesa africana latina. Ma in Oriente veniva celebrata in altre date: il 7 gennaio tra i bizantini, la domenica prima di Natale in Siria e a Ravenna.

La data del 24 giugno è collegata strettamente al Natale romano: quando si fissò per la Natività del Cristo l’ottavo giorno dalle Calende di gennaio, ovvero il 25 dicembre, e conseguentemente l’Annunciazione nove mesi prima, fu facile ricavare basandosi sui vangeli la data della nascita del Battista, che in realtà non si sarebbe dovuta festeggiare perché, come si è già spiegato, il dies natalis dei santi è quello della morte.

Si è giustificata questa eccezione ispirandosi al vangelo di Matteo dove si narra che il Cristo si mise a parlare di Giovanni alle folle dicendo: «Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te. In verità, vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista» (1).

Luca narrava che Maria andò a visitare Elisabetta quando costei era al sesto mese di gravidanza, nei giorni successivi all’Annunciazione (2). Fu dunque facile fissare la solennità del Battista all’ottavo giorno dalle Calende di luglio, sei mesi prima della nascita del Cristo (3).

Se questa è la storia della festività cristiana, rimane ancora da chiarire sia il motivo per cui fu scelto quel giorno sia la sua popolarità che nel passato era di poco inferiore a quella del Natale.

La spiegazione è da ricercare nelle usanze pagane che la Chiesa ha tentato invano di sradicare o per lo meno di rendere meno incompatibili con la solennità. Ma non è facile orizzontarsi nella congerie di credenze e usanze che informano il 24 giugno perché sono il frutto di varie stratificazioni che raccolgono frammenti di tradizioni diverse e

addirittura arcaiche.
La credenza più nota e diffusa nel nostro paese ha ispirato a Gabriele d’Annunzio i

versi della Figlia di Iorio che riecheggiano una leggenda abruzzese, diffusa in tutta l’Europa: E domani è San Giovanni, fratel caro; è San Giovanni.

Su la Plaia me ne vo’ gire, per vedere il capo mozzo dentro il sole, all’apparire, per veder nel piatto d’oro tutto il sangue ribollire. (4)

Si dice infatti nell’Abruzzo e nel Molise che la mattina del 24 giugno le giovani che si volgono a oriente possono vedere sul disco del sole nascente il volto del Santo decapitato: colei che lo avrà visto per prima si sposerà entro l’anno. E in Sardegna si sostiene che il sole saltelli tre volte come la testa del Battista appena spiccata dal busto.

Tutte queste leggende fondono la narrazione evangelica con un evento che si svolge nel cielo: il 24 il sole, che ha appena superato il punto solstiziale, comincia a decrescere, pur impercettibilmente, sull’orizzonte. S’inizia il semestre del sole discendente che si concluderà con il solstizio d’inverno quando l’astro sembrerà morire, dissolversi tra le brume dell’orizzonte per poi rinascere come «sole nuovo», ovvero risalire nel cielo: fenomeno reale se ci spingiamo al nord, verso il circolo polare artico.

Il sole di San Giovanni è dunque, secondo questa astrologica, un sole che muta direzione, ovvero «colpito a morte». Giuseppe Pitré riferiva che in molti paesi siciliani, all’alba del 24 giugno, gli abitanti uscivano per vedere «il sole girare», mettendo per terra una catinella piena d’acqua che lo rifletteva. A Santa Ninfa, in provincia di Trapani, lo si osservava attraverso un cristallo affumicato (5).

L’identificazione del Battista decollato con il sole del solstizio si è spiegata cristianamente con l’episodio evangelico: «Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un giudeo a proposito della purificazione. Andarono perciò dal Battista e gli dissero: “Rabbi, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai reso testimonianza [il Cristo], ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui”. Giovanni rispose: “Nessuno può prendere qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui… Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire”» (6).

Il sole che comincia a volgersi verso il sud dello zodiaco e a calare sull’orizzonte simboleggerebbe dunque il Battista detto anche nel folklore «Giovanni che piange». Se ci spostiamo nel periodo solstiziale invernale troviamo il 27 dicembre la solennità di san Giovanni l’evangelista, detto anche «Giovanni che ride». Dunque i due santi sono collegati ai solstizi, sebbene l’Evangelista sia ricordato non all’ottavo, ma al sesto giorno dalle Calende perché non lo si poteva festeggiare a Natale. Si potrebbe congetturare non senza fondamento che le due feste, poste all’incirca a distanza di sei mesi, ai due «estremi» dell’anno solare, siano il residuo di una tradizione solstiziale precristiana.

San Giovanni «porta degli uomini»

Nella religione greca antica i due solstizi erano chiamati «porte»: «porta degli dèi» l’invernale, «porta degli uomini» l’estivo. Omero descriveva nell’Odissea il misterioso antro dell’isola di Itaca nel quale si aprivano due porte: «l’una volta a Borea, è la discesa

degli uomini, l’altra invece che si volge a Noto è per gli dèi e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali» (7). Il poeta spiega che la porta degli uomini è volta a Borea, cioè a nord: e infatti al solstizio estivo il sole si trova a nord dell’equatore celeste; mentre quella degli dèi e degli immortali è volta a Noto, ovvero a sud, perché l’astro al solstizio invernale si trova a sud dell’equatore.

I solstizi erano dunque simboli del passaggio o del confine tra il mondo dello spazio- tempo e lo stato dell’aspazialità e dell’atemporalità. Per la prima porta solstiziale, quella estiva, si entra nel mondo della genesi e della manifestazione individuale, per l’altra invece si accede agli stati sopraindividuali (8).

Questo simbolismo in realtà non era soltanto greco. «Si tratta di una conoscenza tradizionale» commenta Guénon «che concerne una realtà di ordine iniziatico, e proprio in virtù del suo carattere tradizionale non ha né può avere alcuna origine cronologicamente assegnabile… Essa si trova dappertutto, al di fuori di ogni influenza greca, e in particolare nei testi vedici, che sono sicuramente di molto anteriori al pitagorismo…; si tratta di un insegnamento tradizionale che si è trasmesso in modo continuo attraverso i secoli, e poco importa la data forse tardiva alla quale certi autori, che non hanno inventato nulla… l’hanno formulato per iscritto in modo più o meno preciso.» (9)

Nella tradizione romana il Custode delle porte, comprese le solstiziali, era il misterioso dio bifronte Ianus (Giano), signore dell’Eternità, come cantano i versi Ianuli del Carmen saliare: «…tu sei il buon Creatore, di gran lunga il migliore degli altri re divini… Cantate in onore di lui, del padre degli dèi, sacrificate al dio degli inizi» (10).

Giano tiene un bastone, ovvero uno scettro nella mano destra e una chiave nella sinistra. Il primo è l’emblema del potere regale, la seconda del sacerdotale: insieme simboleggiano la funzione regale-sacerdotale del dio al quale Ovidio fa dire nei Fasti: «Io solo custodisco il vostro universo e il diritto di volgerlo sui cardini è tutto in mio potere» (11). Egli è dunque colui che ruota sulla sua terza faccia nascosta e invisibile, l’asse del mondo che rinvia al simbolismo solstiziale. Macrobio lo fa intendere quando afferma: «Certuni vogliono dimostrare che Giano è il sole, e quindi “gemino” o duplice in quanto signore delle porte celesti» (12).

L’etimologia del suo nome rivela questa funzione: Ianus deriva dalla radice indo- europea y-45a, da cui il sanscrito yana (via) e il latino ianua (porta). Egli è dunque Colui che conduce da uno stato all’altro, e dunque anche l’Iniziatore. Per questo motivo gli iani avevano la funzione catartica di eliminare ogni impurità in chi vi passava: o addirittura, come osserva Renato Del Ponte, una funzione trasfigurante (13).

Nel cristianesimo Giano venne interpretato come l’immagine profetica del Cristo, Via e Signore dell’Eternità. Come ho già spiegato a proposito delle Calende di gennaio, si è trovato a Luchon, in Francia, un cartiglio dipinto su una pagina staccata da un libro ecclesiastico manoscritto, risalente al secolo XV (14). In cima al medaglione figura il monogramma IHS sormontato da un cuore: sotto di esso, un busto di Giano bifronte con un volto barbuto e un altro giovanile, che parrebbe addirittura femminile, con lo scettro nella mano destra e la chiave nella sinistra. D’altronde nella quarta antifona prima di

Natale (Breviario romano, Ufficio del 20 dicembre), la liturgia lo celebra sulla scia di Giovanni: «O Clavis David, et sceptrum domus Israel! …Tu sei, o Cristo atteso, la chiave di David e lo scettro della casa di Israele. Tu apri e nessuno può chiudere; e quando chiudi nessuno può aprire».

René Guénon sostiene che la festa di Giano era celebrata a Roma dai Collegia fabrorum ai due solstizi: le feste sarebbero poi diventate quelle dei due Giovanni per la somiglianza fonetica fra Ianus e Iohannes (15). Ovvero i due Giovanni avrebbero impersonato nei due solstizi le funzioni del Cristo come «chiave» delle due porte. Ma Guénon non documenta la notizia, che non è rintracciabile in nessun testo pervenutoci.

Tuttavia, di là da questa ipotesi, vi è una certezza: Giovanni deriva dall’ebraico Jehôh45an45an, composto da Jahweh, Dio, e da h45an45an, che ha un duplice significato: «misericordia» e «lode».

Perciò Giovanni può significare, come osserva Guénon, sia «misericordia di Dio» sia «lode a Dio». Il primo senso può convenire al Battista chiamato, come s’è detto, «Giovanni che piange» a causa del suo destino; il secondo all’Evangelista, detto anche «Giovanni che ride», ovvero colui che rivolge gioiosamente lodi al Signore; e se la misericordia è simbolicamente «discendente» e la lode «ascendente», i due Giovanni ci riconducono ai due solstizi e alle due metà del cicloannuale. Sicché i due Giovanni potrebbero simboleggiare il Cristo Creatore del solstizio estivo e il Cristo che apre la porta del Cielo al solstizio invernale.

I fuochi, le acque e le erbe solstiziali

Il «Battista» sarebbe dunque Colui che introduce gli esseri nella «caverna cosmica». Per questo motivo le usanze connesse alla sua festa hanno la funzione di proteggere il creato: come i falò che si accendono ancor oggi sulla cima delle colline, le processioni per i campi con le torce accese e le ruote infuocate che si facevano ruzzolare per i pendii. Questi fuochi, simboli del sole solstiziale, scacciano demoni e streghe, e prevengono le malattie.

Nell’isola di Man, la notte della vigilia, si accendevano in ogni campo falò sottovento in modo che il fumo passasse sul grano; poi i pastori giravano intorno al bestiame con erica o ginestra infiammata.

In Irlanda il bestiame, specie se sterile, si faceva passare attraverso i fuochi di mezza estate e si gettavano le ceneri nei campi per fertilizzarli. Nel Belgio la gente saltava i fuochi di San Giovanni per prevenire le coliche e conservava le ceneri in casa per impedire gli incendi. In Piemonte ancora oggi si crede che i fuochi aiuteranno a conservare i frutti della terra e ad assicurare buoni raccolti, oltre a proteggere dal tuono, dalla grandine e dalle malattie del bestiame. E un proverbio istriano assicura che «San Giovanni col su’ fogo brusa le strighe, el moro e ‘l lovo»; ovvero: San Giovanni col suo fuoco brucia le streghe, il moro e il lupo.

Persino fra i berberi dell’Africa settentrionale si accendono il 24 giugno, durante la festa detta ànsara, fuochi che diano un fumo denso, considerato protettore dei campi coltivati. Attraverso quei fuochi si fan passare rapidamente gli oggetti più importanti

della casa. Si portano anche i malati accanto ai falò recitando preghiere per la loro guarigione, e si saltano i fuochi per purificarsi e immunizzarsi dai mali. L’usanza berbera di celebrare il solstizio è di origine pre islamica perché si basa sul calendario solare mentre quello musulmano è lunare.

Si è anche affermato che i falò, come le ruote infiammate, siano cerimonie magiche per sostenere il sole che sta impercettibilmente declinando, essendo il fuoco della stessa sostanza dell’astro: interpretazione che non ci convince perché non spiegherebbe le cerimonie di purificazione tipiche della festa, che non si basano soltanto sul fuoco, ma anche sull’acqua e sulle erbe.

Probabilmente questa tesi può essere accolta accanto all’altra soltanto se non si dimentica che nella festa di San Giovanni confluiscono tradizioni diverse, fra le quali la reinterpretazione cristiana del Santo come «sole che deve scemare».

Gli inglesi chiamano il 24 giugno Midsummer Day, il giorno di mezza estate nel quale, a partire dalla vigilia, visibile e invisibile si compenetrano, e accadono fenomeni inquietanti dove sogno e realtà si confondono, come nella celebre commedia di Shakespeare. Si narra anche in tutta l’Europa che nella notte della vigilia si mostrino nel cielo sciami di streghe che volano verso la riunione plenaria annuale intorno al mitico noce di Benevento, in realtà sradicato fin dal medioevo. Per neutralizzarne gli influssi maligni ci si affida a tanti oggetti, e soprattutto alle acque e alle erbe miracolose consacrate al Santo, ovvero benedette da lui: per esempio alla rugiada che ha anche la virtù di preservare i panni dalle tignole, come spiega un proverbio romagnolo: «S’ t’ vù che ai tu pénn al tignol a n’ dega dan fai ciapé la guazza ad San Zvan». E a Venezia una canzoncina popolare annuncia a un calvo: «Anema mia, de la zucca pelada, Quando te cressarà quei bei capeli? La note de San Zuane a la rosada, Anema mia de la zucca pelada!».

In Normandia ci si bagnava fino a qualche decennio fa nella rugiada di San Giovanni per far ringiovanire la pelle e preservarla dalle malattie. E in Russia le donne scendevano vestite nei fiumi immergendo con loro un fantoccio di rami ed erbe che rappresentava il Santo.

Le acque di San Giovanni sono omologhe al segno del Cancro, domicilio della Luna, al cui inizio cade il solstizio. La relazione del pianeta con le acque è nota e rappresenta il mondo della formazione o l’ambito dell’elaborazione delle forme nello stato sottile, punto di partenza dell’esistenza nel modo individuale, ovvero nella caverna cosmica. D’altronde, tutto ciò che è connesso alla generazione e alla fruttificazione subiscein quella notte un influsso positivo: «La notte di San Giovanni entra il mosto nel chicco» dice un proverbio diffuso in vari dialetti: ovvero il chicco comincia a inturgidirsi e a formare gli zuccheri che fermenteranno poi nel mosto.

Il simbolismo solstiziale mostra anche che San Giovanni è un capo d’anno, e lo conferma l’usanza, diffusa in tutta l’Europa, di trarre presagi: le giovani gettano nelle padelle piombo liquefatto come nella notte di San Silvestro, per indovinare dalle forme prese dal metallo quale mestiere farà il futuro marito; oppure prendono alla vigilia due cardi, ne bruciacchiano la testa, e al crepuscolo li depongono in un bicchier d’acqua sul

davanzale della finestra: uno verso l’interno della casa, l’altro verso l’esterno. Se al mattino un cardo è dritto sullo stelo, la giovane si sposerà entro l’anno: con un paesano se è drizzato quello posto verso l’interno, con un forestiero se lo è l’altro; se invece entrambi sono piegati, non vi saranno nozze.

Ma non è solo il cardo ad avere funzioni divinatorie. Le cosiddette erbe di San Giovanni, che variano da regione a regione, servono a ottenere presagi sul futuro. Raccolte in mazzetti, si pongono sotto il cuscino la sera della festa: sono nove fra cui l’indispensabile iperico, e vanno colte in luoghi diversi. Quel che poi si vedrà in sogno accadrà – si dice – certamente.

Nell’Abruzzo la sera della vigilia le ragazze da marito mettono sotto il guanciale tre fave, simboli di fecondità, di cui la prima è priva della buccia esterna, la seconda della metà, la terza invece è intatta. Al mattino la ragazza prende a caso una fava: se è senza buccia il futuro marito sarà povero; se con la buccia, ricco; se ne ha mezza, né ricco né povero.

Si ricorre anche alla chiara d’uovo che viene versata in una bottiglia: dalla forma della filata si traggono i segni del mestiere del futuro sposo.

Le benefiche erbe di San Giovanni hanno – lo si è accennato – anche la funzione di scacciare i demoni e le streghe proteggendo dal malocchio, come l’artemisia consacrata anticamente alla sorella lunare del solare Apollo, secondo il De virtutibus herbarum di Apuleio. L’iperico, detto anche scacciadiavoli, è un altro amuleto contro ogni forma di stregoneria se si ha l’avvertenza di portarlo sul corpo durante la notte. Anche la verbena, simbolo di pace e di prosperità, e il ribes,i cui frutti rossi come il fuoco son detti «bacche di San Giovanni», proteggono da malefici e sortilegi. E che dire ancora sull’aglio che si deve comprare il giorno di San Giovanni e che, appeso in casa, protegge dai vampiri?

Esiste poi un fiore misterioso, non registrato dai botanici, che avrebbe la virtù di rendere invisibile chi lo possiede, di resistere agli incantesimi e di scacciare gli spiriti immondi: è il fiore di San Giovanni che crescerebbe dalla felce nella magica notte. Per raccoglierlo occorre un rito particolare: a mezzanotte – così narravano gli autori degli erbari – il fiore si apre interamente, illuminando di una luce intensa tutto quel che lo circonda. Ma proprio allora il demonio staccherebbe il gambo impadronendosene. Chi desidera procurarselo deve recarsi nella foresta e sedersi accanto alla felce tracciando con un coltello un cerchio intorno ad essa e un altro intorno a sé. Quando il diavolo si avvicina chiamandolo con la voce di un parente per distrarlo, non deve ascoltarlo né volgere il capo, ma continuare a fissare la pianta: soltanto così gli sarà possibile sconfiggere il demonio e ottenere il fiore magico.

Un’altra usanza connessa a San Giovanni è il comparatico extraliturgico, ovvero un vincolo di cognazione spirituale che si stabilisce al di fuori della chiesa nel giorno che commemora il primo esemplare comparatico fra Gesù e Giovanni col battesimo sul Giordano.

In Ciociaria, un tempo, i giovani scendevano nel fiume Liri bagnandosi reciprocamente oppure intrecciando i mignoli. In Calabria, come in Romagna, il comparatico legava anche persone di sesso diverso. Per San Giovanni il giovane regalava

alla ragazza un mazzetto di fiori con un fiocco, e lei a sua volta restituiva il regalo alla festa di San Pietro e Paolo, il 29: si chiamavano da quel momento compare e commare di San Giovanni e, se non avevano intenzione di sposarsi, rimanevano per tutta la vita spiritualmente parenti.

Questa funzione del Battista come patrono e tutore dell’amicizia («San Giovanni non vuole inganni» dice un proverbio toscano) viene spiegata con il comportamento del Santo che, secondo la leggenda, era inflessibile con chi tradiva la fiducia dell’amico.

Le streghe nelle feste romane del solstizio

Sulla notte di San Giovanni aleggia la presenza inquietante delle streghe e dei demoni che volano nel cielo. Strix chiamavano la strega gli antichi Romani: era un uccello simile al gufo, con la testa grossa, il becco e gli artigli da rapace e le piume chiare: pare si riempisse il gozzo con il sangue dei lattanti che rubava dalle culle strappandone le viscere. Si chiamava strix per il suo stridere sinistro nella notte fonda. Riferiva Plinio il Vecchio che le striges erano donne trasformate in uccelli per una magia, o almeno così sosteneva la credenza popolare.

Nel medioevo le striges assunsero volto e fattezze umane, laide, vecchie e repellenti: si mormorava che partecipassero ai sabba e fornicassero con i demoni; potevano con appropriati incantesimi nuocere non soltanto al bestiame e ai campi, ma persino ai bambini e talvolta agli adulti.

In questo stuolo di streghe spiccava Erodiade seguita da una scia di signore della notte: la cosiddetta Società di Diana o di Erodiade.

Nella leggenda Erodiade veniva confusa con la figlia Salomè che aveva ottenuto da Erode Antipa la testa di san Giovanni con la danza dei sette veli. Quando le fu presentato il piatto con la testa del Santo, Erodiade-Salomè si pentì della mala azione e disperata lo coprì di lacrime e baci. Ma dalla bocca del Santo uscì un vento furioso che spinse la peccatrice nell’aria dove fu condannata a vagare eternamente.

Il nome di Diana, come la credenza che le streghe fossero esperte di erbe e filtri, denuncia l’origine della «strega» medievale, frutto per tanti aspetti – sebbene non esclusivamente, poiché servi del Distruttore sono sempre esistiti ed esistono – della demonizzazione delle antiche divinità e di chi resisteva all’evangelizzazione continuando a celebrare i riti tradizionali, oppure si convertiva mescolando pratiche pagane a pratiche cristiane, sicché la nuova religione non era se non un involucro che copriva, consciamente o meno, una fede diversa.

Un ulteriore indizio di questo processo si può cogliere nella pianta dai cui frutti si ricava un liquore tipico della val padana: il nocino. Secondo la tradizione, le donne devono staccare le noci per il liquore quando la drupa è ancora verde, nella notte di San Giovanni: con una falce o una lama di legno, mai di metallo.

L’infusione darà un liquore considerato una panacea. Il rito della preparazione del nocino risale ai Celti della Britannia: il che induce a pensare che il noce fosse un albero sacro a quei popoli usi a celebrare riti solstiziali. Ebbene, proprio un noce, quello di Benevento, era considerato nel medioevo, come s’è già osservato, il luogo di convegno di

tutte le streghe.
Tuttavia le presenze inquietanti del solstizio potrebbero essere non soltanto la

demonizzazione di divinità precristiane ma anche del pagano «passaggio dei morti» tipico di ogni periodo critico del calendario.

La metamorfosi delle divinità romane in streghe e demoni suggerisce anche una filiazione parziale della notte romana di San Giovanni – ma senza escludere successive influenze celtiche – da una festa che si svolgeva nella capitale il 24 giugno, quando ricchi e poveri, schiavi e padroni accorrevano ai due templi trasteverini della dea Fors Fortuna per invocarne la protezione. Poi banchettavano e danzavano fino a sera: «Andate e celebrate lieti, o Quiriti, la dea Felice!…

Correte in parte a piedi e in parte su celeri barche,» cantava Ovidio descrivendo la scampagnata di là dal Tevere «né poi vi vergognate di tornare ebbri a casa. La venera la plebe perché il fondatore si dice che fosse plebeo e da stato umile fosse giunto al trono» (16). Il fondatore era infatti Servio Tullio che secondo la leggenda, peraltro falsa, sarebbe stato figlio di un’ancella.

Fors Fortuna era la dea della casualità assoluta, non collegata ad alcun ceto, mestiere, professione o arte: era la dea di coloro che non avevano né arte né parte. Ma al 24 giugno veniva festeggiata da tutta la popolazione, quasi i Romani si sentissero per un giorno «emarginati». Come spiegare questo enigma? Il 24, come ci conferma Plinio il Vecchio, era considerato in età repubblicana il solstizio estivo, segnava dunque un momento «critico» dell’anno, di rinnovamento. Se paragoniamo la festa in onore di Fors Fortuna ai decembrini Saturnali, possiamo cogliere qualche analogia: come nei Saturnali cadeva il divieto del gioco d’azzardo, così in questa festa estiva tutti i Romani, cui era vietato di onorare Fors Fortuna nel corso dell’anno, potevano festeggiarla per un giorno. Una paredra di Saturno?

Dalla gioiosa festa potrebbe esser derivata l’usanza medievale di mangiare, danzare, giocare e cantare sui prati fra la basilica di San Giovanni in Laterano e Santa Croce in Gerusalemme. Nella notte della vigilia si accendevano grandi fuochi aspettando il passaggio delle streghe; si beveva e si danzava all’aperto o nelle osterie in un’atmosfera di sospensione del quotidiano perché era tempo di passaggio, e soltanto il sorgere del sole lo concludeva nel segno di una liberazione.

Accanto al fuoco, che aveva una funzione purificatoria, vi era la rugiada dalle virtù fecondatrici. Le giovani spose, che volevano ottenere molti figli, sollevavano le vesti sedendosi o accoccolandosi sull’erba umida a monte Testaccio, nelle vigne e nei giardini per un intimo lavacro propiziatorio. Ma anche gli uomini volevano godere delle virtù miracolose della rugiada in luoghi appartati e in compagnia dell’altro sesso, sicché l’atmosfera gioiosa della notte, cui contribuivano anche cibi e vini, favoriva giochi vivaci che attentavano alla pubblica e privata moralità. Il 19 giugno 1753 un editto proibì quelle pratiche che dovevano essere ben radicate se due anni dopo, il 18 giugno 1755, il cardinale vicario Marco Antonio Colonna ribadiva la disposizione scrivendo:

«La Santità di Nostro Signore per impedire gli inconvenienti, che sotto vano pretesto di prendere la Guazza sogliono commettersi nella notte precedente alla Festa della

Natività del glorioso precursore S. Giovanni Battista, ci ha comandato coll’Oracolo della sua viva voce di rinnovare il presente Editto altre volte pubblicato, in cui coll’autorità del Nostro Uffizio non solo in questo, ma in ogni altro Anno avvenire espressamente proibiamo a qualsivoglia persona dell’uno e l’altro sesso di portarsi in detta notte fuori delle Porte della Città, o in Luoghi disabitati, come a Monte Testaccio, alle Vigne, e Giardini sotto qualsivoglia pretesto che possa recar scandalo, o dar motivo di credere ciò farsi in continuazione de’ passati abusi sotto pena in caso di contravvenzione rispetto agli Uomini di tre tratti di corda da darsegli in pubblico, e di scudi cinquanta, ed altre pene a nostro arbitrio secondo la qualità delle persone da applicarsi la metà ad usi pii, e l’altra metà per un quarto agli Accusatori, che saranno tenuti segreti, e l’altro quarto agli Esecutori. Rispetto poi alle Donne sotto pene gravi anche corporali a nostro arbitrio. E per togliere affatto ogni occasione ai mentovati disordini si ordina e comanda a tutti gli Osti e Bettolieri, che nella Vigilia di detto Santo debbano tenere serrate le loro Osterie, e Bettole dalle tre ore della notte alle dieci del giorno seguente, sotto le medesime pene, nelle quali incorreranno anche le Persone che saranno trovate in detti luoghi ancorché stessero a porte chiuse. Avvertendo finalmente, che contro i Trasgressori tanto nel primo che nel secondo caso si procederà anche per inquisizione, ed in ogni altro modo alla cattura, ed all’esecuzione delle pene sopradette.»

Ma proibizioni e minacce non sradicarono queste usanze se ancora erano documentate nell’Ottocento. Furono i governanti del Regno d’Italia a risolvere drasticamente il problema con una repressione sistematica grazie a funzionari meno indulgenti di quelli papalini: nel 1872, a due anni dalla presa di Roma, vietarono la festa notturna all’aperto perché la sua atmosfera carnascialesca era poco consona, secondo loro, alla dignità della capitale: tuttavia non chiusero, bontà loro, le osterie. Delle antiche usanze rimase soprattutto il gusto di suonar campanacci, di schiamazzare e di giocare alla morra, mangiando le tradizionali lumache le cui corna, si diceva, erano il simbolo della discordia: perciò seppellendole nello stomaco si cancellavano rancori e odî. E un altro proverbio assicurava che per ogni cornetto di lumaca una sventura era scongiurata. Questa funzione beneaugurante si può riallacciare al simbolismo dell’animale. Già si è spiegato che il Cancro, all’inizio del quale cade il solstizio estivo, è un segno d’acqua e casa della Luna. La lumaca a sua volta è un simbolo lunare che indica la rigenerazione periodica con i suoi cornetti che mostra e ritira alternativamente, così come la luna appare e scompare nel suo ciclo perenne di morte e rinascita. Sicché la lumaca è simbolo di movimento nella permanenza e di fertilità, dunque animale omologo alla porta solstiziale.

La festa di San Giovanni veniva addomesticata dal nuovo regime laico che concedeva anche sfilate di carri allegorici, gare di giochi popolari e di poesia, e addirittura un concorso musicale sulla canzonetta romanesca, inaugurato nel 1891 in un’osteria fuori porta.

Oggi della festa di San Giovanni a Romanon resta più nulla sebbene si sia tentato ultimamente di resuscitarla: ma, come per il Carnevale, la nuova notte romana pare una cartolina sbiadita di quella antica. D’altronde, non vi sono più i prati per i bagni di

rugiada sotto la luna, e se per avventura qualcuno si azzardasse ad accendere un falò sulla piazza di San Giovanni verrebbe arrestato.

Anche nelle altre città italiane poco è rimasto, come a Torino, dove le maschere tradizionali, Gianduia e Giacometta, sfilano il giorno dopo – per non confondere sacro e profano – su un carro che viene poi benedetto sul sagrato del Duomo, dedicato al Santo. Fiaccolate, falò e spettacoli folkloristici concludono i festeggiamenti incanalati nella più innocua ritualità.

San Giovanni e il paesaggio dell’anno

Parallelamente al simbolismo delle porte solstiziali ve n’è un altro che disegna lo scorrere dell’anno in uno spazio simbolico, secondo il quale dai Pesci al Toro si estende il lago di fuoco dell’aurora, il Toro pascola sui verdi prati di un paesaggio montano, Gemelli e Leone sono castelli di due montagne fra le quali si estende con il Cancro la chioma dell’Albero del mondo, sede della Grande Madre munita di corna. La Vergine abita in una bella abitazione; e dalla Bilancia all’Aquario si estende la valle dominata dall’Albero dei morti e che giunge fino al solstizio d’inverno dove la Grande Madre appare come filatrice, ovvero come Parca. Dall’Aquario ai Pesci si situa infine una laguna, l’Oceano dei morti.

Attraverso questo paesaggio cosmico si svolge sia l’anno sia la vita umana che comincia, spiega Schneider, con la nascita nella zona «melmosa» e impura del pericolo e della malattia. «La culla del bambino, sempre attorniata dagli spiriti dei morti, si trova in una laguna al margine dell’oceano settentrionale (Oceano dei morti, Aquario). Fino al raggiungimento della maturità sessuale il bambino equivale a un morto vivente (Pesci). La giovinezza si svolge sui colli sognanti del tempo che precede la primavera, nell’oriente dove arde senza fiamma il mare di fuoco. Ma solo con la luce della prima aurora (Ariete) il giovane freme d’un lieve presentimento del lago di fuoco. Il periodo di digiuno e il fidanzamento cadono nella zona delle prime colline solatie. Solo allora l’uomo raggiunge il primo altopiano dove, su un prato verdeggiante, scintilla quel lago dal fondo del quale rintrona una delle bocche del drago che erutta fuoco (Toro). Nell’ardore giovanile l’uomo rivolge il suo passo verso il castello sud-orientale della montagna dov’egli raggiunge il pieno possesso della propria forza e guarda fiducioso verso il mezzogiorno del tempo. Poi egli riprende il suo cammino: mentre il sole raggiunge il suo apogeo, egli percorre la sella collinosa attraverso la quale giungerà al palazzo sulla cima della montagna antistante. Dopo essersi ristorato alla fonte gorgogliante del giorno di San Giovanni egli scala questa seconda montagna dall’alto della quale, con lieve senso d’angoscia, cerca di abbracciare con lo sguardo il tempo di occidente che si accinge a percorrere. Nel frattempo è giunta l’ora della discesa. Uomo maturo, egli lascia la montagna e volge i suoi passi verso la valle. Là riconosce nel pomeriggio di un autunno senza sogni la bellezza del mondo, ed ora i suoi anni fluiscono più veloci nel rosso fiammeggiare della sera calante. Ancora una volta gli viene concessa, per breve tempo, una seconda giovinezza finché nel freddo vento della sera l’incerta mano prende a tremargli… Viene novembre.

Tranquillo egli riconosce il cacciatore appostato al margine del bosco: ode il sibilar della freccia e l’abbaiare del cane che vede l’approssimarsi della sua morte. Poi tutto si fa scuro e tranquillo.

Una barca lo accoglie e lo trasporta all’isola dei morti, a meno che un fedele delfino non lo riporti ancora sulla terra.» (17)

Il paesaggio simbolico ci introduce nell’estate trionfante di cui San Giovanni è la fontana di vita: Midsummer Day, giorno di mezza estate, di quell’estate che nelle terre intorno al polo, da dove sono giunti i popoli indo-europei, dura due mesi con il sole che non tramonta mai.

Questo «trionfo del Sole», che si sposa al solstizio, secondo l’antica mitologia babilonese, con la Luna ovvero con la Grande Madre cornuta, potrebbe offrire un’ulteriore chiave interpretativa, e forse la più antica, per leggere meglio le usanze e le leggende di San Giovanni di là dalle stratificazioni dei secoli. In tale luce le acque, analoghe simbolicamente alla luna, sarebbero fecondate dall’astro nello sposalizio solstiziale, e serberebbero una energia benefica per gli uomini al pari delle erbe bagnate dalla rugiada nella notte magica. E i falò solstiziali, simboli del Fuoco per eccellenza, avrebbero virtù sia purificatrici sia rigenerative.

 

Note de: Le nozze del Sole e della Luna

  1. Matteo 11, 10-11.
    2. Luca 13, 6.
    3. La festa della Visitazione della Beata Vergine Maria, che ricorda l’episodio narrato

da Luca (1, 39-56) ha un’origine francescana: i frati Minori la celebravano già prima del 1263. Fu estesa a tutta la Chiesa latina da Bonifacio IX nel 1389, che firmò un decreto preparato dal predecessore Urbano VI nello stesso anno, ma non promulgato per la sua morte. Dopo lo scisma il sinodo di Basilea confermò la celebrazione nel 1441. All’inizio era celebrata in date diverse; poi venne fissata il 2 luglio, otto giorni dopo la nascita di san Giovanni Battista, facendola coincidere con la fine dei tre mesi che Maria aveva trascorso con la cugina secondo Luca (1, 56).

Con l’ultima riforma del Calendario liturgico la festa è stata trasferita al 31 maggio, anche se la data più in sintonia con la narrazione evangelica dovrebbe cadere nei giorni immediatamente successivi al 25 marzo, all’Annunciazione: ma una celebrazione alla fine di marzo presenta, di solito, l’inconveniente di cadere nel tempo di Quaresima.

  1. In Teatro, I, Milano 1954, pp. 804-805.
  2. Cfr. Giuseppe Pitré, Meteorologia popolare siciliana, in «Archivio per le tradizioni popolari», vol. IV.
  3. Giovanni 3, 25-30.
    7. Odissea 13, 102-112.
    8. Sul simbolismo dell’antro e delle porte solstiziali cfr.
    Porfirio, L’antro delle ninfe con il commento di Laura Simonini, Milano 1986. 9. René Guénon, Simboli della scienza sacra, Milano 1975, pp.
    245-246.
    10. Marco Terenzio Varrone, De lingua latina I 7, 26-27.
    11. I Fasti I 119-120 e 125-126.
    12. Saturnali I 9, 9.
    13. Renato Del Ponte, Dei e miti italici, Genova 1985, p. 56.
    14. In «Regnabit», maggio 1935.
    15. Simboli della scienza sacra cit., pp. 213-214.
  4. Ovidio, I Fasti VI 771-784. L’origine della festa, come la fondazione del tempio, era attribuita a Servio Tullio. In tarda epoca imperiale veniva celebrata il 25 giugno, considerato allora il giorno del solstizio.
  5. Marius Schneider, Pietre che cantano, Milano 1976, pp. 59-60.
  6. Margherita Guarducci, Festa e non triste ricorrenza, in «Il Tempo», 29 giugno 1987.
  7. Georges Dumézil, La religione romana arcaica cit., p.
    226. Ma cfr. tutto il capitolo V «Quirino» sulla evoluzione della sua figura. 20. Romolo 28.

Alfredo Cattabiani – CALENDARIO Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno

Copyright 1994
Rusconi Libri s.r.l., Milano Mondadori 2008
ISBN: 9788804584193