Sin dalle antichità cristiane, il periodo che precede la Pasqua è vissuto dai credenti con spirito di penitenza e con la pratica del digiuno, dell’elemosina, di una preghiera più intensa. Il detto proverbiale: «è lungo come una Quaresima», attesta quanto l’intera società sentisse il fascino di questi giorni particolari e ne fosse condizionata.

Attestazioni bibliche

Quaresima deriva dal latino quaranta, un numero che, nel linguaggio biblico, è indicativo di un tempo completo, durante il quale Dio opera un cambiamento nel cuore dell’uomo. I riferimenti sarebbero parecchi. Quelli più importanti parlano dei quaranta giorni di permanenza di Mosè sul Monte Sinai per ricevere la Torah e quelli di Gesù nel deserto tentato da Satana. In chiave cristiana, la Quaresima di Gesù rappresenta l’icona a cui guardare per vincere sul peccato e rinascere.

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Origini liturgiche

Nel ritmo annuale della vita della chiesa, il tempo di Quaresima ha inizio con il Mercoledì delle Ceneri e finisce con la Domenica delle Palme. Coincide con la preparazione prossima dei candidati all’iniziazione cristiana, chiamati catecumeni, i quali, dopo aver fatto un percorso di formazione e di circa tre anni, vedono approssimarsi la meta e si preparano a scendere nelle acque del Battesimo nel corso della lunga veglia della notte di Pasqua. Le ultime tappe del catecumenato sono particolarmente significative. Richiedono, infatti, diversi scrutini che attestino la dignità del candidato. In prossimità della Pasqua avvengono anche le preziose consegne del Padre Nostro e del Credo. L’unzione con l’olio dei catecumeni pochi giorni prima della notte santa segnala la definitiva rottura col passato e la ferma decisione di unirsi per sempre a Cristo.

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Attualità della Quaresima

Per i battezzati vivere la Quaresima è occasione per tornare alle origini della fede, confermare il Battesimo dopo aver vissuto la gioia di essere amati e perdonati da Dio. In particolare, l’Anno Santo straordinario della Misericordia, indetto da Papa Francesco con la Bolla Misericordiae Vultus, trova in queste giornate l’occasione più bella per celebrare il perdono e tornare alla grazia. Il Papa ricorda che vengano praticate opere di misericordia che attestino una vera e profonda conversione.

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Don Andrea Andreozzi

Il digiuno cristiano

 

Per distinguersi dal digiuno praticato dai membri delle sinagoghe ebraiche, i cristiani dei primi secoli praticavano il digiuno nei giorni di mercoledì e di venerdì. Forti della parola del Deuteronomio, secondo la quale non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Dt 8,3), la stessa che Gesù ripete al tentatore nel deserto (Mt 4,4; Lc 4,4), i discepoli vollero digiunare soprattutto nel giorno della Passione del Signore, il giorno in cui, per stare alla parabola, lo sposo viene tolto:

«Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno» (Mc 2,19-20).

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Le parole dei profeti e dello stesso Gesù invitano a praticare un digiuno autentico, fatto soprattutto di buone opere e di una relazione filiale con il Padre, il quale solo può vedere nel segreto del cuore e capire il valore di un gesto o di una rinuncia (Mt 6,16-18). Le regole di natura alimentare, come quelle sul mangiare e sul bere, trovano già all’interno delle Scritture una rilettura critica e vengono presentate in modo più attuale ed efficace: non basta astenersi da un certo tipo di cibo (Mc 7,19), molto più importante è astenersi dalla malvagità e, soprattutto, spezzare il pane con l’affamato:

«Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari,
angariate tutti i vostri operai.
Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi
e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi,
così da fare udire in alto il vostro chiasso.
È forse come questo il digiuno che bramo,
il giorno in cui l’uomo si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo,
usare sacco e cenere per letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno
e giorno gradito al Signore?
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!».
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio
».   (Is 58,3-10)

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Don Andrea Andreozzi

 

Storia quaresima e mangiar di magro

La Quaresima segna i giorni che passano dalla fine del Carnevale alla Pasqua. Questo è un periodo nel quale i Cristiani dovrebbero astenersi dai cibi “grassi” per ricordare i quaranta giorni di digiuno di Cristo.
Se la costosa carne degli animali terrestri era la regina della categoria proibita, il poco dispendioso e umile pesce spiccava nel gruppo dei magri. I latticini per lo più non erano permessi, come i rossi delle uova.
Durante il regno di Carlo Magno  la trasgressione dei periodi di magro era punita con la pena di morte, e la Chiesa spingeva i fedeli ad osservare il digiuno vietando la vendita di carne ai macellai (salvo al sabato dopo Vespro).
Il primo libro nel quale si mettono in scena i cibi di magro e di grasso è “La bataille de Caresme et de Charnage”, testo francese del XIII sec. incentrato sullo scontro tra le armate dei pesci e delle carni.
I naselli si scontrano con i capponi arrosto, la passera e lo sgombro con la carne di bue, le anguille con le salsicce di maiale. Le verdure militano in entrambi gli schieramenti a seconda di come sono condite: i piselli crudi o all’olio di qua, quelli al lardo di là.

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Insomma, fino a solo quarant’anni fa in Quaresima era imperativo mangiare di magro. Nella lista dei cibi da portare in tavola, una volta esclusi soprattutto i grassi degli animali terrestri, spiccavano pane, polenta, zuppe o minestre di ortaggi, tortelli a base di erbe, pesce fresco o conservato. Vero “companatico” della povera gente, emblema del periodo, era l’umilissima  aringa o saracca: arida e secca, ma forte di sapore e di odore, stuzzicante, stringata, economica. Doveva solitamente bastarne una sola per tutta la famiglia, sia che toccasse affumicata o ravvivata ai ferri. Nelle case più povere delle nostre montagne la si teneva appesa penzoloni ai legni del soffitto, ad altezza d’uomo, per sfregarla sopra il pane perché prendesse un po’ di sapore.

 

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Oggi questo tipo di restrizioni sono state spazzate via dalla cultura globale e del sempre pronto. Non c’è più l’abitudine di seguire i precetti religiosi, ma molte delle ricette nate per la Quaresima, a base di pesce o legumi, sono diventate preparazioni tradizionali d’innegabile bontà e dieteticità.
Anche in questo caso è possibile affermare che il buon senso e l’arte di arrangiarsi ha vinto sulle privazioni imposte dall’alto.

 

Editoriale di Susanna Cutini
direttore taccuini storici.it

pubblicato su A Tavola – il mensile della grande cucina italiana