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Il primo Novembre è lo spartiacque fra un anno agricolo e l’altro. Finita la stagione dei frutti, la terra che ha accolto i semi dei cereali destinati a rinascere in primavera, entra nel periodo del letargo ed un innaturale silenzio la avvolge.

 

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Per i cristiani si celebrano in questi giorni, due feste importanti, Ognissanti e la Commemorazione dei Defunti. Un tempo, nelle terre abitate dai Celti che si estendevano dall’Irlanda alla Spagna, dalla Francia all’Italia Settentrionale, dalla Pannonia all’Asia Minore, questo periodo di passaggio era il Capo d’Anno e lo si chiamava in Irlanda Samuin ed era preceduto dalla notte conosciuta ancora oggi in Scozia come Notte delle Calende d’Inverno durante la quale i morti entravano in comunicazione con i vivi in un generale rimescolamento cosmico, come già si è constatato in altri periodi  “critici” dell’anno.

Era festa grande per i Celti, così come le feste Solstiziali lo erano per i Romani e venivano ancora celebrate all’inizio del medioevo.
Per cristianizzarla, l’episcopato franco istituì  al primo Novembre la festa di Ognissanti che venne resa  obbligatoria per tutta la Chiesa Occidentale da parte di Papa Sisto IV nel 1475.
E’ oggi considerata una festa solenne nella quale si proclama il mistero Pasquale realizzato nei Santi che hanno sofferto con Cristo e con Lui sono Glorificati.

 

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Duccio di Buoninsegna

 

Il giorno successivo, il 2 Novembre, la Chiesa commemora tutti i defunti secondo un usanza diffusa su tutto il pianeta e si riscontra in ogni tradizione e non ha mai avuto se non nell’Occidente moderno, carattere triste e funebre.

 

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Vi è però un paese in Europa, dove la commemorazione assomiglia ad una festa familiare durante la quale i morti sembrano confondersi con i vivi, in Irlanda, tutt’oggi, nelle notti di Ognissanti e dei Morti, i cimiteri sono invasi da un mare di lumini, quasi a continuare la tradizione celtica del Samuin, quando si aprivano le tombe ed i morti si mescolavano ai vivi.

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In quei giorni di freddo Autunno, i Celti portavano ai cimiteri fiori a profusione per alludere all’aldilà come Paradiso,  si usava anche accatastare i teschi perché si pensava che il morto appartenesse, per un breve tempo, ad entrambe i regni, il che gli consentiva di profetare a beneficio dei rimasti in vita.
Durante la veglia funebre si dipingevano i teschi custoditi nell’ossario e si trascorreva la notte bevendo suonando e cantando  in compagnia dei morti.
Un’eco sbiadita di quella veglia si ritrova oggi nella notte di Hallowen in Irlanda e negli Stati Uniti, durante la quale i ragazzi si mascherano da scheletri e fantasmi mimando il ritorno dei trapassati  sulla terra e girano di casa in casa chiedendo piccoli tributi e minacciando se non li ottengono di giocare qualche scherzo.

 

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Se i Celti festeggiavano i morti al primo Novembre, gli antichi romani dedicavano loro nove giorni di Febbraio, i Parentalia, che duravano dal 13 al 21 Febbraio, le cerimonie consistevano nell’offrire sul sepolcro familiare, corone di fiori, viole sparse, farina di farro con un grano di sale , pane inzuppato nel vino. Anche i cristiani per onorare i loro defunti, che seppellivano nelle necropoli custodite lungo le vie consolari dove ogni morto aveva un loculo scavato nel tufo, gli si offrivano una Messa. La Commemorazione di tutti i Defunti nacque invece più tardi nel cuore del medioevo ad imitazione dei Bizantini che celebravano un Ufficio in suffragio di tutti i morti nel periodo compreso tra la fine di Gennaio e quello di Febbraio, furono i monasteri benedettini ad introdurre questa pratica nella Chiesa Latina durante il secolo X.
Oggi dopo le messe, ci si reca nei cimiteri per adornare le tombe di fiori, soprattutto di Crisantemi (simbolo in Oriente, da dove provengono, di solarità e di immortalità) e per ricordare con tutta la famiglia i parenti scomparsi.

 

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Ma diversamente degli antichi, viviamo questa giornata all’insegna della mestizia e consideriamo i cimiteri come luoghi lugubri, da non frequentarsi se non nelle occasioni tristemente necessarie.

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Invece i camposanti dovrebbero tornare ad essere luoghi familiari e ridenti, perché contengono le nostre radici, tutti coloro che ci hanno preceduto trasmettendoci non soltanto la vita ma anche il patrimonio di tradizioni, di cultura e di regole morali su cui è fondata la nostra comunità.

 

Sergio Belli

nota bibliografica:
Alfredo Cattabiani – CALENDARIO.  Le feste, i miti, le leggende e riti dell’anno
Rusconi Editore – Roma 1988

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Alleghiamo questo articolo sull’argomento di Maurizio Ponticello, dove vengono messi in luce aspetti poco conosciuti se non nascosti e trarre spunto per ulteriori approfondimenti e ricerche.

Halloween? Una tradizione americana? Suvvia… SAMHAIN, eadem mutata resurgo.

In Irlanda, il mondo dei morti non è tanto distante da quello dei vivi. Essi sono a volte così prossimi che le cose del mondo paiono soltanto ombre dell’aldilà
William B. Yeats

La grande Ruota dell’Anno, dopo l’Equinozio d’Autunno, si sofferma su un altro importante punto di svolta. Si tratta del 1° novembre, il giorno in cui nelle terre celtiche (Irlanda, Spagna, Francia, Italia settentrionale, Asia Minore,…) fin dalla notte precedente si celebra la festa di SAMHAIN, arrivata fino a noi tra tortuose vie come All Hallow’s Eve, e meglio conosciuta come Hallowe’en o Halloween, cristianizzata in Vigilia di Ognissanti per – assimilandola – porre un argine all’incontenibile festa pagana europea.
Samhain è lo spartiacque tra un anno agricolo e l’altro. Ma non solo. Un vecchio proverbio popolare dice: «Per l’Ognissanti siano i grani seminati e i frutti rincasati». Infatti, la Terra, finito il tempo dell’ultimo raccolto, si è aperta accogliendo i semi del frumento – che rinascerà in Primavera sotto forma di pianta – e si appresta a un periodo di letargo. Così è per l’anima dell’uomo che partecipa alla vita del cosmo: a partire da questo periodo, si chiude al mondo esterno per coltivare se stessa.
È noto a tutti che in questi due giorni, 1 e 2 novembre, il cristianesimo (soltanto a partire dal 1475, e con Papa Sisto IV, la festa di Ognissanti divenne obbligatoria in tutta la Chiesa d’Occidente) celebra la Vigilia di Ognissanti e la Commemorazione dei defunti. Quali sono le radici profonde di queste feste? Sono radici cristiane, così come ci viene normalmente fatto credere?
Samhain è il capodanno celtico il quale inizia con la sua parte più oscura, così come il nuovo giorno incomincia con le ore notturne. In molte altre culture tradizionali, la festa che segna la fine di un ciclo o l’inizio di un altro, si pone al di fuori del tempo corrente e quotidiano, non appartiene a ieri e non appartiene a domani: è un tempo sacro, una scintilla dell’eternità.
È l’occasione, dettata da leggi divine e di natura, per rifondare il Cosmo (l’Ordine) passando attraverso il Caos.
A Samhain si spalancano le porte dell’aldilà e ogni incontro diviene possibile: entità magiche e fatate, morti e vivi, tutto è presente e l’ordinario può essere capovolto. I morti vengono a trovare i vivi e i vivi possono recarsi a visitare i morti, e ciò vale per tutta la più lunga notte dell’anno, ovvero fino al Solstizio d’Inverno. In pratica, si festeggia (con gioia e senza mestizia) la vita nella morte perché ogni fine è un nuovo inizio e ogni inizio è una nuova fine: la morte anticipa qualsiasi nuova nascita. In ogni autentico pensiero tradizionale, la morte precede la vita, e ogni nascita è una ri-nascita.
Per propiziare una simile unione, si adoperavano alcuni strumenti: la carne di maiale, la birra e l’idromele sacro agli Dèi. Dopo una notte senza luci e senza fuochi, in silenzio e avvolti dall’oscurità, si attendeva che passasse l’“ora fatale” e che gli spiriti si fossero allontanati. I druidi avevano il compito di accendere il primo fuoco della festa (tradizione che in Irlanda fu ‘ufficialmente’ interrotta al tempo di San Patrizio, ma che di fatto è arrivata fino a noi) e davano così il via ai banchetti. Il grande rogo intorno al quale si volteggiava, era anche il faro per le anime perdute che non ritrovavano la via del ritorno. Al sorgere del sole, ogni partecipante prendeva una torcia dal falò acceso ritualmente e portava il fuoco rinnovato all’interno delle proprie case.

Alcuni echi dei fuochi sacri di Samhain permangono nelle candele accese all’interno di frutta tipicamente autunnale, le zucche – importate dalle Indie di Colombo, sebbene sembri che una certa varietà fosse in uso nelle cucine Romane ed Egizie – spolpate e intagliate a forma di cranio umano. La tradizione (per nulla americana, piuttosto ‘rilanciata’ da comunità di origine celtica residenti negli Usa) nasce dal fatto che i popoli celti (non solo, si ragioni, per esempio, sul cimitero delle Fontanelle a Napoli) usavano accatastare ossa e teschi in quanto ritenevano che il defunto appartenesse – per un certo periodo di tempo, cioè fin quando i suoi resti si conservavano visibilmente sulla Terra – a entrambi i regni, quello dei vivi e quello dei morti. Accudire l’ossario significa, quindi, mettersi in contatto con l’altro mondo e profetare a beneficio dei rimasti in vita.
Con il tempo la tradizione è mutata – sarebbe opportuno non prendere in considerazione la moltitudine di racconti spacciati per leggendari, successivi e chiaramente manipolati – in quella che comunemente si chiama Jack O’ Lantern che, oltre a essere il nome attribuito alle tipiche zucche cave di Halloween, nonché sua icona moderna, è anche il nickname che indica il fenomeno luminoso che appare a Est nel cielo subito dopo il tramonto. Vale la pena rammentare di sfuggita che, da un punto di vista simbolico, a Oriente nasce la vita (materiale e spirituale), e che a Occidente è situato il mondo dei morti e degli antenati.
Durante la veglia funebre, si usava dipingere i teschi e bere insieme con i trapassati – gli avi –, proponendo una comunione straordinaria tra vita e morte e una rifondazione dei culti privati familiari basata sul ‘patto’ tra presenti e invisibili. Le offerte, per propiziarsi il favore dei defunti, erano solitamente costituite da tabacco, dolci e frutta di stagione (un tempo, in prevalenza, erano noci e mele, frutti carichi di contenuti misterici). Successivamente, in Irlanda e in molti altri luoghi (allo stesso modo anche in alcune aree italiche), si diffuse la tradizione di lasciare qualcosa da mangiare e del latte da bere fuori dalla porta, in modo che gli spiriti, passando, potessero rifocillarsi e scegliere di non fare scherzi agli abitanti della casa. È così pure in varie memorie sopravvissute nella nostra Italia, si pensi alle offerte di ristoro e di ‘scambio’ di favore effettuate, per esempio, in Sicilia e in Calabria con i pasticcetti a base di mandorle chiamati ‘ossa dei morti’ (e talvolta “dita d’Apostolo”), oppure alle ‘fave dei morti’ romagnole, al ‘pane dei morti’ in Lombardia… Come scrive Mircea Eliade, “per garantirsi la sopravvivenza, le immagini si sono fatte familiari”: ancora oggi, durante la festa di Halloween, i ragazzi si mascherano da scheletri o fantasmi e chiedono, bussando alla porta di ogni casa, un tributo. La famosa domanda “Dolcetto o scherzetto?” nasce proprio da qui.
L’idea del travestimento è antichissima. Dice un antico proverbio cinese che “l’anima-soffio dei defunti è errante; per questo si fanno le maschere, per fissarla“. Indossare una maschera vuol dire proporsi come altri differenti da sé, attesta l’incarnazione di un essere fuori dal tempo ordinario, un avo, una divinità o anche una larva. Non è un caso che assumere sul volto una maschera valeva a dire annullare il proprio ego e assumere le fattezze interiori del personaggio da interpretare. Maschera deriva dal latino medioevale, era un sinonimo di strega e poi ha assunto anche i significati di larva, spettro, fantasma. In greco il termine esatto è prósopon, volto, e in latino persona, da per-sonàr, cioè suonare attraverso, indica quella che oggi intendiamo effettivamente come maschera. La parola per-sonàr potrebbe essere stata mutuata non solo dal greco prósopon ma essere un adattamento dall’etruscoPhersu. In ogni caso, ciò vale a dire che nel mondo antico la persona era esattamente quella che noi oggi chiamiamo  maschera. Presso tutti i popoli, sta a significare la presenza di uno spirito misterioso.
Un ultimo cenno va fatto a quello che è il simbolo vegetale di Samhain, il tasso. Il suo legno era usato per costruire strumenti di morte (archi), e dalle sue foglie, che contengono un alcaloide che può provocare asfissia e paralisi cardiaca, si preparava un veleno micidiale. Le pire funerarie erano alimentate con i tronchi e la corteccia di tasso, e i suoi fusti ornano i luoghi di sepoltura. A Roma, alla dea Ecate – divinità degli inferi – si sacrificavano tori inghirlandati con foglie di taxus baccata. Ciò nonostante, il tasso è un albero sempreverde che può vivere oltre duemila anni. E ciò ne fa un simbolo di immortalità. Non è un caso che a Eleusi, i sacerdoti che celebravano i Grandi Misteri autunnali di morte e rinascita di Persefone/Kore, si cingevano il capo di corone di tasso.
Il periodo che inizia con Samhain, è un tempo di riflessione, di chiusura in se stessi e di viaggi interiori. Si allontana l’attenzione dalle cose materiali e si coltiva il seme che dovrà nascere. Si abbandonano i legami con il passato, lasciandolo ‘morire’. Così le abitudini.

Rudolf Steiner suggerisce di far agire su di sé quanto arriva dalla vita dell’anno, e di parteciparvi affinché l’anima trovi se stessa. Nella settimana che va dal 27 ottobre al 2 novembre, ecco quanto dovrebbe risuonare nell’anima che si congiunge con il pulsare del cosmo:

“Nella luce solare dell’anima germogliano
I frutti maturi del pensare,
nella sicurezza della propria coscienza
si trasforma ogni sentire.
Posso sentire con gioia
il risveglio spirituale dell’autunno:
l’inverno desterà in me l’estate dell’anima.” 

La terra va fecondata con i semi dei raccolti dell’anno precedente.
Si osserva il silenzio.
E, infine, si medita sulla morte, la fine e l’inizio di tutte le cose.
Maurizio Ponticello