cambiamento3-300x183 

Basta che ci si muova verso ciò di cui abbiamo veramente bisogno o ciò che veramente desideriamo.
Sottolineo “veramente” perché la stragrande maggioranza delle persone rincorre la felicità immaginandola collegata al raggiungimento di obbiettivi che, una volta ottenuti, danno poco o nessun sollievo alla loro inquietudine e “sete” di serenità. Poche sono le persone consapevoli dei loro veri bisogni e desideri. Questo gravissimo limite è la conseguenza di una progressiva perdita di consapevolezza, originata dall’essere troppo concentrati e interessati al mondo esterno anziché a quello interiore. Finiamo così per non sapere più chi siamo e cosa vogliamo.
Un saggio dice: “Se vuoi sconfiggere un nemico devi prima conoscerlo a fondo. Se vuoi cambiare te stesso devi prima conoscerti a fondo”.

binari-treno-ferrovia-scelta

Se vuoi essere più felice devi perciò conoscere profondamente te stesso e la strada che stai percorrendo. Devi anche accettarti così come sei ora, per avere l’energia necessaria al cambiamento: se infatti non ti accetti bruci, nel conflitto, l’energia che ti servirebbe per cambiare.
Se ci fidiamo delle parole dei meditatori, pare che la consapevolezza sia prima di tutto un cambiamento del modo in cui facciamo conoscenza di noi e del mondo. Ha a che fare col modo in cui il sé si relaziona alle emozioni e ai sentimenti, uno modo allo stesso tempo più stabile, più libero e più ricco. Mi permette di sperimentare i pensieri appunto come pensieri, accanto e insieme al mio corpo, alle mie emozioni e alle mie sensazioni. La consapevolezza ha a che fare con l’incremento dell’attenzione che dedico alle azioni del mio corpo, spontanee o volute. Con maggiore consapevolezza si affina il mio linguaggio e mi rendo più comprensibile a me stesso, non mi perdo nelle parole.

La consapevolezza ha anche un’aspetto etico, sospende i giudizi che ho su di me e sugli altri (buono/cattivo, bello/brutto etc…), mi permette di sostituire giudizi vecchi con  giudizi nuovi: più morbidi, comprendenti, meno violenti.  La consapevolezza mi rende tutto sommato più socievole, aperto e sensibile.  Acquisire consapevolezza non è prendere una cosa, mangiarla, acquistarla fosse anche una “caratteristica”: acquisire consapevolezza è cambiare tutto me stesso – senza paura.
Una volontà troppo determinata potrebbe essere l’altra faccia della paura; il tendere esclusivamente verso un risultato potrebbe indicare la repressione di desideri profondi che non possono essere disvelati, ma anche una immagine di se stessi frammentata, disarmonica e non organicamente integrata.
Troppa testa, troppi pensieri che governano il corpo, schemi troppo semplificati che appiattiscono le differenze, non colgono sfumature e non sopportano diversità.

magritte_1jpg

La maggior parte delle persone imita gli schemi mentali dei propri genitori ed il conseguente comportamento riguardo al denaro senza perfino rendersene conto. Altri si ribellano contro l’esempio parentale. Non sussiste soddisfazione in nessuno dei due comportamenti perché entrambi sono reattivi invece di essere scelti con consapevolezza. A prescindere dai dettagli, adottare uno scopo ereditato scelto inconsciamente porta con sé i seguenti svantaggi:

 

PRENDERE DECISIONI

Ogni decisione comprende il rifiuto di alternative non scelte. Senza uno scopo scelto in modo consapevole, è difficile avere la certezza riguardo alle miriadi di scelte, come dove vivere, come spendere il proprio denaro, che lavoro fare, con chi associarsi e così via. Uno scopo scelto in modo consapevole rappresenta prendere la grande decisione della vita, cioè “Cosa sto facendo qui?”. Rispondere a questa domanda prepara il terreno per rispondere ad altre domande importanti, seppur minori, come la carriera, prendere decisioni, con chi associarsi ed altro.

L’aragosta offre una utile analogia del cambiamento. L’unico modo che l’aragosta ha per crescere è quello di cambiare periodicamente il proprio guscio. Quando sente che il corpo è compresso all’interno del guscio, deve distruggere la protezione per crescere. Una volta perso, il guscio produce una membrana sottile che si sviluppa in un nuovo guscio. Durante il processo, la membrana non fornisce protezione nei confronti di predatori o ferite esterne. In questo modo l’aragosta è vulnerabile durante il processo del cambiamento. Rischia la vita regolarmente al fine di crescere. Noi esseri umani siamo differenti. Abbiamo la scelta di cambiare o no e non affrontiamo lo stesso rischio che mette a repentaglio la nostra vita come fa l’aragosta al fine di vivere.

Il cambiamento è emozionale. All’inizio si prova quasi sempre paura, perché ci stiamo avventurando nell’ignoto. Non esiste scelta riguardo al fatto che è spaventoso. La scelta è se tu permetti alla paura di fermarti. Nel momento in cui vai avanti con il cambiamento, è probabile che sperimenti un certo livello di rabbia o una emozione simile (risentimento, frustrazione o furia), che derivano da un inevitabile passo indietro. Più ti avvicini al completamento del cambiamento, più la paura può tornare: questa è paura che il cambiamento possa effettivamente realizzarsi. Una volta che il cambiamento è realizzato a pieno viene sempre accompagnato da un certo grado di tristezza o di rimpianto che risultano dal pensiero “Se solo avessi fatto questo cambiamento molto prima!”

Accettazione

Molte persone considerano l’accettazione una posizione di debolezza. In verità lottare per cambiare quello che è impossibile da cambiare è la vera posizione di debolezza. Accettare il fatto che è improbabile che il tuo attuale schema mentale produca i risultati che desideri, produrrà i risultati desiderati molto più velocemente che continuare a lottare. Accettare la responsabilità dei tuoi risultati finanziari produce risultati più veloci e più soddisfacenti che fare affidamento su altre persone o sulla buona fortuna. Responsabilità non significa colpa o biasimo. Piuttosto, accettare le responsabilità è un punto di vista, una posizione arbitraria di vedere la realtà, che aumenta la possibilità di una azione efficace.

Azione

I sogni diventano magicamente veri nelle favole e nei film. Nella vita reale, di solito si richiede un’azione finalizzata ad un obbiettivo. La lotta (azione senza scopo) serve soltanto per mantenere la soppressione del sentirsi senza speranza. Il lottatore si dice: “Assolutamente non posso essere senza speranza, guarda quanto sono impegnato!” Invece, definire uno scopo nobile per la propria vita e determinare mete e progetti che esprimano questo, mentre al tempo stesso si identificano e si cambiano i pensieri e gli atteggiamenti che ti trattengono dal realizzare la pace della mente, l’auto-accettazione e le realizzazioni che desideri.

 foto-IMPARARE-A-GESTIRE-LO-STRESS

L’alimentazione è connessa con la vita emotiva,  il cibo risulta ‘condito’ da diversi aspetti psicologici: valori, ideologie, credenze religiose e culturali ed essa assume un significato che va oltre l’aspetto semplicemente fisiologico. Il rapporto con il cibo si intreccia fin dalla nascita con le esperienze affettive legate ai primi rapporti significativi, se si pensa all’allattamento, allo svezzamento e a tutti i vissuti emotivi che condizionano queste esperienze.

I pasti sono un punto di riferimento importante, scandiscono i ritmi della nostra giornata e ogni evento importante della nostra vita sembra essere accompagnato da banchetti alimentari attraverso cui socializziamo e festeggiamo.

I piaceri della gola, inoltre, sono da sempre legati ai piaceri della sfera sessuale. Il sesso ed il cibo sono due necessità legate al piacere e al nutrimento in senso sia emotivo che fisico, hanno quindi in comune aspetti simbolici tra cui anche quello della socialità espresso dalla condivisione con gli altri. A questo si aggiunge l’importanza data dalla società occidentale alla bellezza estetica ed alla forma del corpo. Le connessioni tra il cibo ed il sesso sono molto forti e sono legate proprio all’aspetto del desiderio e del piacere. Il piacere associato al cibo è risultato essere un moderatore importante della relazione tra benessere e alimentazione (Appleton, McGowan, 2006; Remick, et al., 2009).

Diverse ricerche hanno evidenziato lo stretto rapporto tra il cibo e la vita affettiva e quanto questo possa servire a “gestire” le emozioni
(Macht, 2008; Laitinien, Sovio, 2002; Markey et al., 2001; Telch & Agras, 1996).

535793_324169600986853_1170648683_n

Attraverso il rapporto con il cibo si esprime un bisogno d’amore:

il cibo diventa un anestetico con cui si cerca di eliminare la sofferenza o l’insoddisfazione. Una scorciatoia con cui si tenta di riempire quel vuoto che per qualche ragione si è creato dentro di noi. Quando questi meccanismi diventano ricorrenti ed automatici si scivola nella patologia alimentare.

Perché le emozioni sono importanti?
Il nutrirsi, il mangiare e, di conseguenza, il cibo risultano indissolubilmente connessi con l’emozione e molto spesso sono influenzati da determinate situazioni emotive.

A livello anatomico il sistema limbico, in modo particolare l’amigdala, è implicato, insieme all’ipotalamo, nella regolazione del comportamento alimentare, sessuale, nell’espressione delle emozioni di rabbia e paura e nel controllo della motivazione.

1521796_705728949446088_1735029002_n

Queste basi anatomiche spiegano la stretta relazione che intercorre tra l’atto di alimentarsi e la sfera della sessualità oltre alla forte centralità che hanno le emozioni su queste due dimensioni del comportamento umano.

Perché con le diete alimentari spesso non si ottengono i risultati sperati?  

Le diete alimentari spesso funzionano se si ha abbastanza motivazione per portarle a termine, ma, molto spesso, raggiungono l’obiettivo della perdita del peso ma non del mantenimento della forma fisica nel tempo, se non sono supportate da interventi che si occupino anche della dimensione psicologica.

Questo accade perché i meccanismi coinvolti nell’alimentazione sono molteplici e per lo più di natura psicologica ed affettiva, come dimostra la ricerca scientifica, inoltre soprattutto nelle diete dimagranti restrittive il senso del piacere non viene valorizzato quanto invece il senso dell’obbligo e della negazione e tutto questo porta ad aumentare le distanze con il nostro mondo interiore.

Per raggiungere l’equilibrio tra la nostra mente e il nostro corpo è essenziale imparare ad ascoltarci. 

E’ necessario imparare a riconoscere i propri stati interni, ascoltare e conoscere il nostro corpo, prendere contatto con le proprie emozioni e i propri bisogni. Conoscere le convinzioni limitanti che non ci permettono di essere felici ed in armonia con noi stessi. Esplorare il nostro mondo interiore è un vero e proprio allenamento che va eseguito in maniera costante e amorevole. 

Il nostro corpo ci parla sempre, spesso urla in silenzio per attirare la nostra attenzione e per guidarci verso la strada del nostro benessere, inteso come uno “stato dell’essere” profondo e non solo superficiale.

Perché accontentarci se possiamo avere il meglio? Conoscere noi stessi e anche gli alimenti ed il loro effetto energetico su di noi ci porta ad essere liberi di scegliere in base ai nostri bisogni reali. Se portiamo equilibrio e chiarezza nella nostra mente anche le nostre scelte alimentari si modificheranno perché saranno meno influenzate dai condizionamenti emotivi o inconsci.

Possiamo imparare ad usare le nostre capacità, le nostre risorse, la nostra intelligenza, la nostra sensibilità per costruire e migliorare la nostra realtà.

La  consapevolezza alimentare è fondamentale nel processo di cambiamento al benessere psico-fisico, poiché si apprende ad osservare ed interpretare correttamente i segnali dell’organismo, definiti “campanelli d’allarme”, al fine di scegliere un regime alimentare che sia consono alla natura umana, ma che sia anche “vestito in modo sartoriale” sulle esigenze di ciascuno.  Non si tratta quindi di un approccio semplicemente dietetico, basato sul calcolo noioso e improbabile di grammi e calorie, ma sul risveglio dell’istinto naturale e sulla semplificazione del programma alimentare.
A chi non è mai capitato, dopo una giornata storta, una delusione, un litigio, di entrare in cucina aprire dispensa e frigo e mangiare in modo sconsiderato?Ciò che abbiamo appena descritto rappresenta uno dei modi più regressivi per consolarci dalle avversità che la vita ci presenta.

Perché il cibo riesce in questa funzione rasserenatrice e di contenimento dell’ansia?
Essere alimentato, curato e pulito rientra nelle modalità iniziali di rapporto sia per l’uomo che per l’animale evoluto; importanza primaria ha quindi il rapporto alimentare tra madre e figlio, infatti la madre, fin dal primo istante pone la massima attenzione sui problemi della nutrizione.

Il primo tipo di relazione che avviene tra madre e figlio è attraverso l’alimentazione; mettiamoci nei panni di un neonato che ha fame; avremo delle sensazioni spiacevoli molto forti, sentiamo che abbiamo bisogno di qualcosa ma non sappiamo che fare; il nostro repertorio comportamentale ci offre giusto il pianto per metterci in contatto con il mondo e così non tardiamo ad utilizzarlo in tutte le sue forme e variazioni.
Supponiamo che questo stato perduri perché la sollecitudine di nostra madre non sia così istantanea, il nostro pianto diventerà sempre più disperato perché non sappiamo dare un senso a quello che sta accadendo; viviamo solo di sensazioni buone o cattive.
Possiamo domandarci :”Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei?” – In fondo la tavola rappresenta un test di personalità che andrebbe approfondito; c’è chi divora, chi lascia sempre qualcosa, chi preferisce la pasta, chi adora la carne e chi muore per i dolci…

Ma esiste una correlazione tra cibo e personalità?

In uno studio americano di qualche tempo fa si è potuto evidenziare che lattanti che gradivano di buon grado una soluzione dolce, nel futuro dimostravano una certa dipendenza; altri lattanti che dimostravano la loro indifferenza a soluzioni dolci e meno dolci, nello studio longitudinale si sono dimostrati più indipendenti del primo gruppo.
Certamente i risultati vanno considerati solo in funzione speculativa e comunque il tutto va ulteriormente approfondito.I due quadri clinici che emergono nel considerare la funzione nutritiva sono l’anoressia mentale e la bulimia che rappresentano le due facce della stessa medaglia: il non mangiare ed il mangiare troppo.L’anoressia mentale si manifesta spesso in ragazze che non sono riuscite a spezzare il legame simbiotico con la madre; durante la crisi adolescenziale può insorgere manifestandosi con una triade sintomatica che comporta – la restrizione alimentare più o meno completa connessa all’impossibilità di mangiare, – l’amenorrea, – il dimagrimento che può giungere fino alla cachessia.

Nella bulimia, che di gran lunga è una patologia ben più frequente, distinguiamo quattro tipi di iperfagici
chi si sovra alimenta per reazioni a tensioni emozionali;
chi mangia in risposta a tensione cronica e alla frustrazione;
chi nella bulimia nasconde una depressione latente;
chi ha un appetito irresistibile (fattori genetici) che ha preso forma di abitudine;

Anche in questo caso dobbiamo considerare ciò che il cibo può significare e le valenze che assume; ritornando alla relazione tra madre e figlio, un appetito robusto di quest’ultimo placherà le ansie e le preoccupazioni della mamma rispetto all’accudimento del figlio

a cura di
Marilena Tiburzi –  psicologa analista